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SI LAVORA SENZA UNO STRACCIO DI PROGETTO

Nello scenario politico sono in corso le prove di una nuova rappresentazione: la trasformazione del Pd nel “partito della nazione”, l’aggregazione dentro e fuori i Democrat di ciò che è o ritiene di essere a sinistra, la formazione di due o forse addirittura tre centri, la faticosa riorganizzazione di quella che era l’area berlusconiana e che non lo è più ma non è ancora di Salvini; i disperati tentativi di rimettere insieme i cocci della destra; il cammino verso l’ignoto dei 5 Stelle. Manca però una strategia e dunque la sensazione è quella di una grande confusione. Se a ciò si aggiunge la riforma costituzionale che lascia del tutto incompiuta la modernizzazione della forma di governo, se ne deduce che ciò a cui assistiamo non è certo il viaggio verso la Terza Repubblica.

Ma negli ultimi giorni ha preso il sopravvento un'altra situazione non meno affannata, quella della classe dirigente dell'economia e della finanza come l’accorpamento tra i gruppi editoriali o le grandi manovre bancarie così come il rinnovo dei vertici di Generali e in Telecom. Il tutto con sullo sfondo la nervosa corsa alla presidenza di Confindustria. La sensazione è che la confusione regni sovrana. Finalmente tutti si sono accorti dell’estinzione dei “salotti buoni” e della fine dei “poteri forti”. È bene che sia così. Il problema, però, è che occorre costruirne un altro, di mondo, e nulla si vede all’orizzonte. Un paese deve avere un sistema, deve poter godere del vantaggio di punti di riferimento autorevoli. Il vero nodo, dunque, per la politica come per il capitalismo made in Italy, è avere in testa come ricostruire. Altrimenti rimangono solo le macerie.

Per esempio: se i salotti buoni, i patti di sindacato e i tanti altri strumenti del cosiddetto capitalismo relazionale sono superati, è inutile accanirsi a difendere quel che ne rimane; serve, invece, prenderne atto e nello stesso tempo, rendersi conto che un sistema industriale complesso non può essere semplicemente la somma delle imprese esistenti. Sarà un sistema diverso da quello del passato ma pur sempre sistema il capitalismo deve fare.

I nuovi assetti editoriali vanno in quella direzione o sono soltanto il tentativo di salvare il salvabile? La Confindustria è in grado di dare forza e potere negoziale alla parte sana dell’apparato industriale? La presenza di capitali non italiani, di per sé cosa utile, siamo capaci di evitare che diventi una forma di colonizzazione?

Se si dovesse dire che ci sentiamo di dare risposte incoraggianti a queste domande, diremmo una bugia e questo vale anche per la politica, altrimenti si resta sepolti sotto i detriti.

C’è bisogno di riprogettare tutto: il sistema politico e istituzionale, le imprese e le loro relazioni, la rappresentanza degli interessi, la magistratura, le dinamiche della vita sociale. Una sfida immane che non può ridursi a regolamento di conti, per quanto sia necessario ed opportuno regolarli.

 

Addì, 05 marzo 2016

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