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Sta tornando la recessione

Stiamo lentamente scivolando verso una nuova recessione. I bruttissimi dati di maggio relativi all’industria, fatturato e soprattutto ordinativi, fanno intravedere una seconda parte dell’anno pesante. Siamo partiti prevedendo di crescere dell’1,6% e ora le ultime stime che ci avevano già portato sotto l’1% dovranno essere inevitabilmente riviste al ribasso.

Se a fine 2016 avremo il segno più davanti all’indicatore di crescita, sappiamo che il merito sarà da ascrivere tutto a Mario Draghi. 

Altro che l’Italia che ha svoltato!

La verità è che già dal deludente 2015 l’Italia non ha agganciato la ripresa e viaggia al confine tra la stagnazione e il ritorno alla recessione. Tutto questo mentre da mesi l’economia è uscita dall’agenda del governo e dall’attenzione dei media a favore di tematiche, referendum costituzionale e legge elettorale.

Le difficoltà dell’economia, sottaciute, hanno tra l’altro risvolti più diretti di quanto non si pensi proprio sulla cifra delle due riforme di governance cui il governo annette importanza vitale. Essa consiste nel credere possibile governare il Paese costruendo una maggioranza parlamentare, attraverso il premio di maggioranza e del doppio turno da un lato e della riduzione ad una sola camera del vaglio del voto di fiducia.

L’Italicum, legge elettorale senza precedenti nel mondo occidentale e che è parente stretta di quel Porcellum che la Corte Costituzionale ha bocciato senza remissioni, pretende, grazie al premio di maggioranza del 15% nell’unica Camera che vota la fiducia al governo, di creare la governabilità. Attenzione, perché senza consenso diffuso e pazientemente costruito, la società rifiuta le scelte di governo che non sente proprie. Oggi è l’antipolitica che raccoglie lo scontento e in un batter d’occhio trasforma in casta anche chi si è imposto e affermato come rottamatore. 

Non capirlo, credere che un governo di minoranza sostenuto da deputati nominati e con il contorno di senatori non eletti in dopolavoristica missione cui sono affidate materie delicate e decisive come le normative europee possa reggere alla prova del fuoco dei fatti, significa portare il Paese allo sfascio.

Renzi si è infilato in un cul de sac, e Napolitano pur avendolo appoggiato anche oltre ogni ragionevolezza, alla fine è uscito allo scoperto suggerendogli apertamente di cambiar strada. Quello che, privatamente gli ha fatto capire il successore di Napolitano al Colle. 

Solo che nel farlo, il presidente emerito ha indicato la strada dell’eliminazione del ballottaggio per sottrarre ai Cinque Stelle il loro vero punto di forza. Così come ieri la sinistra interna del Pd e i centristi chiedevano il passaggio dal premio alla lista a quello alla coalizione. Oggi Bersani, con il suo Bersanellum, propone una versione aggiornata e corretta del sistema a collegi uninominali previsto dal Mattarellum, in cui il premio di maggioranza arriverebbe a un massimo di 90 deputati. Si tratta pur sempre di aggiustamenti che non superano il nodo di fondo di quel maledetto premio di governabilità, scorciatoia che consente di vincere ma non di governare. 

E finchè l’illusione della maggioranza artificiale non sarà sgombrata dal campo, saranno i populisti di ogni risma a fare bottino pieno.

 

 

Addì, 23 luglio 2016

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