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MATTEO RENZI È IN DECLINO?

Nei palazzi romani è questa la domanda che tiene banco. Renzi ha un mese di tempo per preparare un radicale cambio di rotta, superando le sue ritrosie, accantonando le presunzioni di cui abbonda e spegnendo il fuoco bullista che arde in lui. E l’occasione per farlo gliela offre la vicenda Vivendi-Mediaset.

A ben guardare, infatti, dietro la rottura tra Vincent Bolloré e Silvio Berlusconi, c’è il mancato scambio occulto che era alla base del patto ora rotto dal francese: Berlusconi doveva essere il garante presso il governo Renzi degli interessi che Bolloré ha in Italia, a cominciare dal più dispendioso, Telecom. E così non è stato. Fino al punto che Renzi ha deciso di armare la mano di Enel nel settore della fibra ottica, in chiara ed esplicita competizione con Telecom. Il tutto nella più totale assenza dell’alleato-socio Berlusconi, che dopo la fine del patto del Nazareno, non è più stato capace di ricucire il rapporto con quel giovanotto. Ma se al Cavaliere una riedizione di quel patto farebbe comodo sul piano dei suoi interessi imprenditoriali, a Renzi invece è indispensabile sul piano politico.

Sbaglia, infatti, chi dice che il problema del presidente del Consiglio nonché segretario del Pd è quello di recuperare i voti persi a sinistra, per il semplice motivo che la sinistra mai è stata e tantomeno ora potrebbe essere maggioritaria in Italia. Renzi questo l’aveva capito benissimo, tant’è che ha portato il Pd verso il centro con l’idea di trasformarlo in un indistinto “partito della nazione”. È vero che il patto del Nazareno non l’ha rotto lui, ma l’alleanza con Verdini non poteva essere sufficiente a surrogarlo. Tantomeno dopo il disastroso risultato delle amministrative e la crescente percezione che da quel momento si è avuta che i 5stelle, paradossalmente grazie a quello schifo di legge elettorale di cui Renzi ha la paternità, possano anche conquistare palazzo Chigi.

Ora, dunque, Renzi ha davanti a sé una triplice necessità: creare condizioni politiche nuove; cambiare la legge elettorale e depotenziare il referendum; varare una politica economica di segno opposto a quella fin qui praticata. La prima si soddisfa solo favorendo una riaggregazione delle componenti moderate, i centristi e Forza Italia, in netta chiusura verso le destre. Da questo punto di vista l’irrompere sulla scena di Stefano Parisi non può che favorire questo disegno. Finora, Renzi non pare averne approfittato. Invece dovrà farlo prendendo lui l’iniziativa, se vuole uscire dall’angolo in cui si è infilato. La chiave è quella dell’alleanza tra riformisti e moderati in funzione anti-grillini.

Ma per realizzare questo obiettivo, Renzi deve affrontare il secondo dei nodi che lo stanno soffocando: Italicum e referendum. Il presidente della Repubblica gli ha saggiamente aperto la strada: spingere in avanti la data della consultazione popolare per permettere che nel frattempo la Corte Costituzionale, bocciando l’Italicum, lo costringa a trasformare il sistema di voto senza dover platealmente ammettere di aver cambiato idea. Occorre quindi depotenziare il referendum, o sposando la tesi dello spacchettamento o, ancor meglio, facendo una nuova proposta. Non nei contenuti, ma nel metodo: convocare un’Assemblea Costituente. Parisi ne ha già parlato, potrebbe non essere impossibile trovare la maggioranza qualificata che serve per indirla. E sarebbe un colpo da maestro per riemergere.

Infine, l’ultimo passaggio: una nuova politica economica. Oggi corriamo il rischio di tornare in recessione: continuare a raccontare ciò che si è fatto non solo non serve a migliorare le cose, ma irrita profondamente gli italiani, specie quelli che gli avevano dato fiducia, e lo indebolisce soltanto. La ricetta è quella di fare massicci investimenti pubblici diretti e privati incentivati fiscalmente e finanziati con maggiore deficit perché in cambio all’Europa si offre una manovra una tantum sul debito. Anche qui, la scarsa predisposizione all’ascolto e la scarsa qualità dei pochi consiglieri che si è scelto, fanno pensare che sia difficile una sua riconversione. Invece se Renzi vorrà intestardirsi a continuare a percorrere la strada fatta fino qui, il primo a pagarne il prezzo sarà lui. 

 

Addì, 31 luglio 2016

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