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Gli errori di Renzi

 

Quando si è privi di un disegno politico si finisce con l’inscenare forzature che diventano boomerang micidiali. Ci riferiamo a Matteo Renzi sia nella versione di “rompi Ue” andata in scena al vertice di Bratislava che in quella di temporeggiatore su legge elettorale (quale?) e referendum costituzionale (quando?). 

Partiamo dalla cosa più grave e cioè la scelta di attaccare con inusitata violenza l’Unione europea e i leader di Germania e Francia. 

Il motivo fondamentale dello scatto di Renzi è che l’Italia è in crisi e l’Europa ha toccato il punto più basso del suo processo di integrazione; in questo quadro il governo avverte che la situazione gli sta sfuggendo di mano e reagisce provando a rinfacciare le cause dell’impasse a quegli stessi partner con i quali fino a pochi giorni prima diceva di aver stretto patti di ferro. Ma l’errore sta nel farlo come se l’Italia non avesse sia una quota parte di responsabilità nel disastro europeo, sia dei problemi interni gravi (debito pubblico, 18 punti di pil in meno della media Ue negli ultimi 15 anni, incapacità di gestire decentemente i flussi migratori) che minano la credibilità delle sue pur fondate critiche. 

Noi pensiamo che a indurre Renzi a quella polemica così poco ortodossa sia anche stato il fatto di aver percepito che Bruxelles potrebbe non avere l’intenzione di accordarci quella flessibilità di bilancio che andiamo mendicando e dunque di essersi precostituito l’alibi per la prossima legge di stabilità. Sia che scelga di forzare i conti, sapendo però che scatterebbero le clausole di salvaguardia (aumento dell’Iva, ecc.), sia che si pieghi alle regole europee. 

Adesso, dopo mesi di propaganda, si scopre che la data della consultazione popolare è un optional e s’incrocia persino con i tempi di realizzazione di aumenti di capitale di talune banche, mentre la legge elettorale, fino a ieri sacra e inviolabile frontiera dell’azione del governo, si può tranquillamente cambiare, anzi si predispone una mozione parlamentare per far giurare chi la vota che s’impegna a cambiarla. Come e con quale coerenza con la riforma costituzionale, che si definisce intoccabile ora ma “migliorabile” quando il popolo l’avrà avvallata, non si sa, ma che importa. Semplicemente grottesco.

La verità è che l’Italicum, al di là dei rilievi che muoverà la Corte Costituzionale, non è da ritoccare e neppure da riscrivere, ma da buttare. E che se Renzi volesse davvero sbrogliare la matassa avendone vantaggio lui e il Paese, dovrebbe accantonare tutto e promuovere un passaggio Costituente in cui inserire anche la legge elettorale rendendola omogenea all’impianto istituzionale. Proprio com’è in quei due paesi, Germania e Francia, cui abbiamo la pretesa di “dichiarare guerra”.

 

 

Addì, 23 settembre 2016


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