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CONVIENE VOTARE SÌ O NO ?

Per affrontare il tema è opportuno chiedersi se le regioni e, qui, la Regione autonoma, siano servite al paese ed al benessere dei cittadini oppure no? Ed in caso di risposta negativa a questa domanda, ci si deve chiedere quale dovrebbe essere il diverso, e migliore, modo di governare il Friuli Venezia Giulia.

La riforma approvata dal Parlamento mette le regioni all’angolo togliendo ad esse quasi tutti i poteri decisionali.

Questo è il tema su cui confrontarsi per decidere sul referendum.

Per farlo, è utile porsi alcune domande.

Come era gestito il paese prima dell’avvio delle regioni?

Le regioni sono state messe in grado di funzionare bene?

In caso negativo di chi è la responsabilità?

La risposta al primo quesito è semplice: sino agli anni settanta-ottanta dell’altro secolo l’amministrazione era gestita dal governo centrale attraverso gli apparati ministeriali e, sul territorio, attraverso le prefetture e gli uffici periferici direttamente dipendenti dai ministeri. I comuni hanno continuato ad essere i titolari dei servizi di interesse esclusivamente locale. 

Ogni grande scelta quindi e la sua conseguente esecuzione veniva fatta e gestita dal centro dove naturalmente potevano maggiormente influire quelle realtà territoriali più rappresentate per numero di parlamentari e le istituzioni che a vario titolo gestivano e tuttora gestiscono le leve del potere e la distribuzione delle risorse, dimenticando che queste sono prodotte dai tributi e dalla ricchezza generati sul territorio, cioè nelle regioni.

In un siffatto sistema, la catena di comando era più diretta e quindi più facilmente gestibile, ma nel contempo meno vicina ed attenta alle esigenze dei singoli territori. Gli effetti più significativi sono individuabili, da un lato, nello sviluppo economico molto rapido in quella fase del dopoguerra ma, dall’altro, nella accentuazione della marginalità e quindi della emarginazione delle aree più periferiche, svantaggiate a causa delle situazioni geopolitiche e in ogni caso meno favorite in termini di infrastrutturazione e quindi di possibilità di creazione di attività produttive e di occasioni di lavoro. Tra queste, ovviamente, rientra a pieno titolo la nostra regione.

Significativa e probante è la considerazione che si registrarono alti tassi di emigrazione verso zone più centrali e soprattutto verso gli stati europei e del continente americano. 

La risposta alla seconda domanda sul regionalismo è ancor più semplice e ugualmente documentata nei fatti. 

La nascita delle regioni a statuto ordinario, pur prevista dalla costituzione del 1948, è stata a lungo ignorata, osteggiata e rinviata sino al 1970 (anche il Friuli Venezia Giulia a statuto speciale nasce ben dopo le altre autonomie differenziate solamente nel 1963).

Le regioni ed il regionalismo sono stati palesemente combattuti dalle forze politiche più conservatrici ma soprattutto dalle burocrazie dei ministeri che temevano di essere spogliate, come del resto era previsto dalla Costituzione, dei propri amplissimi poteri. Nel confronto hanno prevalso le seconde, sostanzialmente appoggiate dai governi che si sono succeduti tanto che nella prima fase le regioni sono risultate una sorta di enti poco più rilevanti delle Province. Solo con l’andare del tempo il regionalismo ha assunto maggiore autorevolezza sino ad essere investito di funzioni fondamentali quali, un esempio per tutti, la gestione della sanità pubblica, peraltro tenuta comunque saldamente in mano dallo stato attraverso la gestione del fondo sanitario nazionale (per tutte le regioni ordinarie ed alcune speciali) e, per tutte indistintamente, delle grandi scelte riguardanti i contratti del personale ed i farmaci ed oggi i cosiddetti LEA . 

La prova regina del persistente sfavore per il regionalismo è però fornita dal mantenimento del sistema di finanza derivata cioè trasferita dal bilancio dello stato, che ha annullato il progetto del cosiddetto federalismo fiscale pur previsto da una legge del Parlamento. Ne sono escluse solo alcune, non tutte, le regioni speciali e le province autonome che hanno conservato una propria autonomia solo formalmente difesa dalla Costituzione e dagli statuti ma di fatto oggi progressivamente annullata dalle manovre finanziarie del governo e basata solo su cosiddette intese nelle quali la parte più forte è inevitabilmente vincente .

La conseguenza è che una parte significativa dei tagli alla spesa pubblica imposti dalla crisi economica sono stati attuati proprio sottraendo risorse sia alle regioni che ai comuni senza che a ciò corrisponda un sacrificio di analoga entità per i bilanci dei ministeri. 

La risposta al terzo dei quesiti è già insita in ciò che si è appena osservato. Si deve riconoscere una responsabilità concorrente delle regioni, incapaci di farsi rappresentare e di imporsi con maggiore autorevolezza nel panorama politico nazionale e nelle istituzioni centrali. Ciò è avvenuto anche perché le regioni non hanno saputo far prevalere, al centro, la rappresentanza dei territori rispetto alle affinità politiche. 

Basti qui ricordare che la Conferenza dei presidenti delle giunte regionali creata per iniziativa spontanea di questi nell’anno 1980 e genuino organo di rappresentanza delle istanze territoriali, è stata via via assorbita in organismi misti, Stato regioni, cioè la Conferenza stato regioni, disciplinata per legge dello Stato, all’interno della quale la regia è stata abilmente assunta dal governo relegando così le regioni ad un ruolo secondario di compartecipanti. 

Parallelamente la conferenza dei presidenti, che ha continuato ad esistere, si è però trasformata in una sorta di sindacato, la cui presidenza divenuta sostanzialmente stabile non risponde più ad interessi di rappresentanza territoriale bensì di appartenenza politica.

Poi la crisi dei partiti ha fatto il resto.

La conseguenza è che si è generato un sistema fortemente conflittuale tra poteri centrali e istituzioni decentrate dove ogni regione cerca di difendere per suo conto, davanti alla Corte costituzionale, i propri diritti costituzionali e dall’altro il governo contesta, sempre davanti alla Corte, ogni norma regionale che si distanzi anche di poco dai suoi indirizzi e volontà. 

Come tutti possono notare, la contesa si è risolta, forse anche in virtù di una sia pur legittima preoccupazione dovuta alla perdurante crisi, in favore del governo.

Forse, se si fosse imboccata una strada diversa dando cioè maggiore credito e spazio alle iniziative delle regioni più virtuose, quelle cioè capaci di incrementare il PIL nazionale, rispetto ai lacci e laccioli della burocrazie statali, le cose sul piano economico sarebbero andate meno peggio di come lo sono oggi.


Gli argomenti sviluppati sono stati riportati per dare un orientamento sul voto chiesto con il referendum costituzionale agli elettori di questa regione.

Lo si deve fare in quanto, come si è detto in premessa , la propaganda a favore del SI’, ha usato anche argomenti, persino in dichiarazioni pubbliche del presidente del consiglio, tesi ad evidenziare le mancanze commesse dalle regioni. E’ fortemente dispiaciuto sentire allusioni alla spesa per le c.d. “mutande verdi” e ciò per affermare, in definitiva, la necessità di ridurre i poteri regionali in una logica di redistribuzione “più razionale” delle competenze tra stato e regioni. 

Quest’ultimo ragionamento merita una trattazione a parte per dimostrarne l’infondatezza; soffermandosi invece sul primo, sembra chiaro che non è un esempio di eleganza istituzionale e soprattutto non è probante perché qualche cattivo esempio non può oscurare l’impegno sul territorio di migliaia di amministratori pubblici e non è comunque difforme dagli esempi, anch’essi poco commendevoli, emersi all’interno degli organi statali, degli enti dello stato, delle grandi partecipate dallo stato.

Il tema serio da valutare è se le decisioni importanti che ci riguardano come cittadini di questa regione e che attengono all’utilizzo delle risorse cioè dei tributi che i cittadini stessi e le imprese del territorio pagano, spettino al centro ovvero alle rappresentanze locali, se devono essere gestiti secondo strette imposizioni da Roma ovvero secondo una equilibrata logica autonomista prevista dalla costituzione attuale che si vorrebbe ora cambiare con il SI’ al referendum. Naturalmente nessuno contesta i doveri di solidarietà nazionale e di perequazione ai quali la Regione non si è mai sottratta. 

Il “thema decidendum”, all’atto della scelta tra il SI’ o il NO, è dunque proprio questo. La riforma è stata scritta per ridisegnare il modello organizzativo dello stato in una logica dichiaratamente neo centralista che oltretutto fa delle regioni degli enti poco utili e quindi inutilmente costosi.

Una volta che si fosse affievolito il ruolo delle regioni ordinarie, sarebbe altresì illusorio pensare o sperare che le autonomie speciali ne resterebbero indenni. Lo conferma la già difficile posizione di queste alla luce delle critiche ad esse rivolte dalle stesse regioni, ma anche una lettura del testo della riforma nel quale si dice che le norme non si applicano sino all’adeguamento ad essa dei rispettivi statuti. 

 

La finezza letterale della parola “adeguamento” è significativa e segna la diversità con la preesistente disposizione costituzionale (art. 10 L. Cost. 3/2001) che invece estendeva ad esse solo le norme “più favorevoli”. 

 

 

Addì, 30 settembre 2016

 

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