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ABBIAMO BUTTATO VIA UN ANNO

Il paese è fermo da sei mesi, e ci attendono altre otto settimane di una campagna elettorale becera. Nessuna riforma potrebbe mai giustificare una simile paralisi. Altro che paura del dopo qui c’è da disperarsi per quanto è già avvenuto e per quanto ancora accadrà nei prossimi due mesi.

Basta vedere i dati dell’economia e il surreale dibattito sui dati previsionali contenuti nel documento programmatico del Governo per capire che non c’è da stare allegri. Sulla base delle ultime rilevazioni Istat non solo chiuderemo l’anno con una striminzita crescita di sei o al massimo sette punti decimali  ma quel che più conta lo chiuderemo a “crescita zero” e il 2017 non può che cominciare piatto. Infatti, non è un caso che tutti gli analisti, nazionali e internazionali, abbiano rivisto al ribasso le stime per il prossimo biennio. Stime che stridono con quelle fornite dal Governo. Si dice: ma la differenza è solo di qualche decimale. E per forza: se la previsione inserita nel Def è di crescere dell'1%, la distanza non può che correre sul filo dei decimali.

La verità è che il Paese è fermo. Renzi può anche girare per fabbriche e capannoni sostenendo che l’Italia è ripartita, ma non è raccontando le favole che si accumula prodotto interno lordo. Lui e il ministro Padoan, seccati che qualcuno abbia opinioni diverse, ribattono che le cifre non sono buttate lì a caso. Vero: quell’1% di crescita sarebbe tranquillamente raggiungibile se solo ci fossero delle politiche di sviluppo. Ma dove sono?

Certo non si può definire espansiva la scelta di spendere quel poco che c’è e quello che non c’è (facendo più deficit) a favore del pubblico impiego e per creare meccanismi di anticipo della quiescenza. Qui ci vogliono investimenti diretti e indiretti, non altra spesa pubblica improduttiva. Questa idea che dando un po’ più di soldi alla gente si genera domanda interna, ha già dimostrato di non essere vera. 

Si può fare più deficit ma solo a due condizioni: che le risorse siano spese per gli investimenti e che all’Europa si presenti un piano di riduzione straordinaria del debito con il concorso del patrimonio pubblico e privato. Purtroppo all’orizzonte non c’è nulla di tutto questo. E far credere che la riforma costituzionale diventi propedeutica a una politica economica salvifica non solo non è vero, anzi – come dimostra un anno intero buttato via per un’assurda campagna elettorale – è purtroppo vero il contrario.

Qui non si tratta di quella che è stata chiamata la personalizzazione della battaglia referendaria da parte di Renzi. No, francamente del destino personale di Renzi non ce ne può importare di meno. Quello che conta è il governo del Paese. Ed è proprio ciò che è mancato e sta mancando. Continuiamo pure a perdere tempo con il Senato delle Regioni e i premi di maggioranza che consegnano il parlamento e il governo in mano a esigue minoranze nel Paese… La realtà è che da quelle riforme non passa la ripresa dell’economia.

 

Addì, 08 ottobre 2016


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