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I fatti del giorno ...

I fatti sono il convegno della Leopolda e le dichiarazioni rese dal Presidente del Consiglio all’emittente televisiva “La Sette”, la sera di domenica 6 u.s.

I due avvenimenti sono tra loro legati e naturalmente riguardano la riforma costituzionale ed, al suo interno, il ruolo futuro previsto per le regioni.

In parole semplici il Presidente ha detto che, con il nuovo articolo 117, togliendo ad esse le competenze, le cose si semplificano e governare sarà più facile. Rispondendo poi ad una domanda sul futuro Senato tesa a sapere se, a suo avviso, sarebbe stato meglio sopprimerlo del tutto, la risposta è stata negativa ma con l’aggiunta che sarebbe stato per lui preferibile che il Senato fosse composto da soli sindaci (e non quindi da consiglieri regionali).

Senza dare troppa enfasi al discorso, si può però cercare d capire come la riforma sia intesa a quei livelli e cosa soprattutto avverrà, o meglio cosa il governo intenda fare, se la riforma malauguratamente dovesse passare. 

E’ umanamente comprensibile che l’attuale Presidente del Consiglio, venendo dalla esperienza di sindaco di Firenze, abbia una naturale simpatia per l’istituzione comunale e per il ruolo del suo vertice. Non altrettanto sembrerebbe per quello di Presidente di regione. 

Ciò che più conta tuttavia, e che emerge con chiarezza da queste affermazioni, è la considerazione molto riduttiva attribuita al nuovo Senato che viene ora inteso come un organo-istituto sostanzialmente consultivo e di mero supporto agli altri organi istituzionali, Camera dei deputati e Governo, rispetto ai quali diventa secondario. Espressamente il Presidente ha affermato che il Senato è ora meno importante perché non vota la fiducia. 

Parallelamente, la preferenza manifestata dimostra anche la minore, o forse meglio, inesistente, considerazione per l’istituto regionale, fatto che trova conferma anche nella prevista ablazione delle funzioni regionali decretata dall’articolo 117 in modo che da taluno è stato definito “brutale”.

Premesso che il ruolo dei municipi è stato da sempre quello della cura delle funzioni locali, e non potrebbe essere diversamente tenuto anche conto dell’enorme numero di comuni medio piccoli in cui è suddivisa l’Italia, chiunque abbia un po’ di esperienza in materia di governo di istituti complessi si rende facilmente conto che senza una istituzione intermedia di area vasta è impossibile gestire efficacemente un paese. Ne sono prova le scelte fatte da tutte le democrazie europee a cominciare dalla Francia che, pur dotata di una delle migliori amministrazioni burocratiche centrali, certamente ben diversa da quella dei nostri ministeri, ha pure essa adottato un sistema decentrato di organi eletti per il governo del rispettivo territorio. 

Non si tratta solamente di un problema di efficienza, ma di democrazia; senza poi dimenticare anche il vantaggio in termini di economicità e controllo più diretto della gestione secondo il principio “pago, vedo , voto”.

Mentre si sarebbe potuto ritenere che, con la riforma, le regioni, coadiuvate dai sindaci, sarebbero state chiamate a concorrere dal centro al governo del paese, ora appare confermata l’interpretazione, che pure già circolava, che le regioni sono destinate al ruolo di comprimarie oltretutto inutilmente costose in quanto la loro struttura, consolidatasi negli ultimi decenni del novecento, risulterà sovradimensionata.

Il pericolo quindi è grave e l’essere una regione a statuto speciale certamente non ce ne rende esenti. Quello che lascia dubbiosi se non sconcertati è come una tale soluzione abbia potuto essere accettata dai parlamentari altoatesini che la hanno votata pur tra aperte critiche dei loro elettori. 

Probabilmente essi confidano nelle intese che sono riusciti a fare e che intendono fare anche in futuro con il governo. Noi però sappiamo, per esperienza, che il Friuli Venezia Giulia con l’accordo fatto due anni or sono tra la presidente Serracchiani ed il ministro Padoan, non ne è stato altrettanto capace tanto da dover ulteriormente ricorrere alla corte costituzionale contro la legge di stabilità.



Addì, 07 novembre 2016

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