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palazzo chigi 604x270 E ORA OCCORRE UN GOVERNO VERO

Questo maledetto referendum ha già prodotto abbastanza danno per aggiungerci anche quello di elezioni anticipate di cui non si capisce la ragion d’essere. 

Il referendum costituzionale ha un padre certo – Matteo Renzi – che l’ha voluto a tutti i costi, e che soprattutto l’ha trasformato in un plebiscito pro o contro se stesso. Personalizzandolo oltre misura, ha dunque reso inevitabile che i No al 60% producessero un unico sconfitto, lui. Ammetterlo, come Renzi ha fatto un’ora dopo la chiusura delle urne, è condizione necessaria ma non sufficiente per trasformare la sconfitta in una ripartenza. Bisogna infatti capire le ragioni profonde di quel voto così netto. 

I 19 milioni di voti avversi hanno avuto molteplici motivazioni e non esiste alcuna rappresentanza politica del No. In fondo, è vero quello che aveva detto Renzi, seppur difettando di eleganza: quelli del No sono un’accozzaglia. Dunque, nessuno provi ad intestarsi il risultato. Tantomeno Grillo. A lui della Costituzione non frega niente, quello che gli interessa è che si vada a votare con l’Italicum perché sa che solo con il ballottaggio può vincere. Né, certo, la vittoria se la può intestare il centro-destra frantumato, e tantomeno il Berlusconi.

Renzi, peraltro, si è intestato la sconfitta come presidente del Consiglio, ma non come segretario del partito. Si dirà: sono fatti del Pd. Vero, ma solo fino ad un certo punto: perché il Pd è e resta il partito di maggioranza relativa, e siccome c’è stato un referendum costituzionale, non elezioni politiche, è giusto e necessario che si ricominci dal Pd e dalla maggioranza attuale. Con o senza Renzi. Altro che elezioni subito. 

Intanto perché lo scioglimento delle Camere spetta al Capo dello Stato. Poi perché dopo aver detto prima del voto che si voleva riscrivere l’Italicum non si vede ora cosa giustifichi l’idea di non attendere neppure il giudizio della Corte Costituzionale.

Dunque, si attenda la Corte e poi si provveda a dare a Camera e Senato una legge elettorale diversa ma coerente. 

Infine, è il risultato stesso del referendum che suggerisce prudenza.

Primo: perché molti dei No sono stati dati proprio partendo dalla volontà di evitare quello che è stato definito il “combinato disposto” di riforme e Italicum. 

Secondo: perché è evidente che il risultato della consultazione referendaria contiene il messaggio “governate prima di tutto l’economia”. 

Terzo: perché la somma tra i Sì e quella parte del No che non è affatto ideologicamente contraria all’ammodernamento della suprema Carta, consegna una maggioranza di italiani che plaudirebbero se ora il Parlamento affidasse ad un’Assemblea Costituente il compito di una revisione organica della Costituzione, prima parte compresa. 

Quarto: perché è profondamente sbagliato l’assunto da cui sembra partire Renzi, e cioè che il 41% di Sì sia tutta roba sua, automaticamente, o anche solo facilmente, trasformabile in un voto al Pd guidato da lui. 

Intanto perché moltissimi di quei Sì sono stati dati non per convinzione ma per preoccupazione: della reazione dei mercati (si vergognino gli agitatori di turbative), dell’instabilità politica, del blocco del processo riformatore. E poi perché è tutto da vedere ciò che ora succederà nel Pd, dove non è difficile pronosticare una fuga da Renzi non solo di quei bersaniani-dalemiani che erano saliti sul carro del vincitore, ma anche degli stessi renziani (e sono molti) scontenti per come il leader li abbia trattati. Si dice: ma Renzi potrebbe farsi un partito tutto suo. Può darsi. Anche se però occorre tempo.

Insomma, ora, il pallino è nelle mani di Mattarella. Cosa farà? Una cosa è certa: occorre un governo vero, che sappia affrontare le emergenze economiche, a cominciare da quella bancaria, e abbia la credibilità e l’autorevolezza necessarie per tornare a sedersi al tavolo che conta in Europa. Guidato da chi? Diciamo che sarebbe meglio che il primo ministro fosse qualcuno capace di stare con eguale competenza su tutti e tre questi fronti.

 

 Addì, 09 dicembre 2016

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