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16195872 10210105953717554 5866839558211360252 n ECCO QUEL CHE NON VA!

La macchina non funziona o se vogliamo essere magnanimi, funziona molto male.

Pur in presenza di situazioni eccezionali che vanno riconosciute come tali e nonostante l’esempio mirabile degli uomini impegnati sul campo, è davanti agli occhi di tutti che la risposta dello Stato alle calamità che hanno colpito l’Italia è stata carente. Non si dia tutta la responsabilità agli avvenimenti naturali che comunque ne hanno tanta: la buona organizzazione si vede non già quando tutto va nel verso giusto, bensì in presenza di situazioni che richiedono chiarezza di idee, efficienza, capacità di intervento, in una parola preparazione e competenza. La responsabilità è di chi non ha saputo prepararsi o peggio ha fatto scelte che alla prova dei fatti si sono rivelate devastanti. Ed il nuovo presidente del consiglio è ora chiamato ad una eredità di disastri da far rabbrividire.

 

In sintesi : 

1. l’emergenza post terremoto ha prodotto la nomina di commissari politici a fianco dei tecnici , non si sa bene se per sopperire alla incapacità di questi ultimi (anche loro di nuova nomina) a gestire la protezione civile o per trovare una compensazione all’area politica minoritaria di cui il commissario Errani fa parte. Ma in presenza di organi statali, regionali, provinciali e comunali deputati a queste funzioni, che bisogno c’era di un commissario di cui pochi o nessuno conoscono i veri poteri? Sarà ingeneroso ma è bene ricordare che in Friuli il commissario straordinario dello Stato operò solo per un breve periodo nella prima emergenza e si affiancò alle autorità locali. C’era però la regione alla quale è spettata istituzionalmente la regia di tutto, senza bisogno di ricorrere a commissariamenti piovuti dall’alto. Proprio per questo e pur con le ben diverse e limitate possibilità tecniche di quasi quaranta anni fa, i container, le roulotte ed i prefabbricati di emergenza, acquistati subito ed in numero adeguato appunto dalla Regione, sono stati allestiti prima del freddo, sulle aree tempestivamente predisposte ed all’uopo infrastrutturate dai sindaci. Nel centro Italia terremotato, tutto questo non è avvenuto o segna ritardi inaccettabili: i sindaci prendono ordini dall’alto e dipendono dalle decisioni altrui con il risultato che si è arrivati alla situazione, a dir poco comica se non fosse tragica, di 25 povere casettine da assegnare per sorteggio da parte del notaio proprio come avviene in una lotteria. Per il grosso si dovrà forse aspettare primavera cioè quasi un anno se tutto andrà per il meglio.

 

2. la protezione civile accentrata ha fiaccato la molla che ne rappresentava la forza e la capacità, cioè il volontariato ben preparato ed organizzato a livello regionale e comunale. Tutto ciò senza nulla togliere ai meriti delle forze di polizia, dei vigili del fuoco, del soccorso alpino e dell’esercito. Ma le strutture regionali e provinciali sono state indebolite. I comuni piccoli non hanno mezzi e risorse. E’ stato verticizzato non già il coordinamento, bensì l’intero sistema. Ne ha sofferto per prima la ricostruzione mai partita, ma anche l’emergenza tuttora in corso.

 

3. Le riforme del governo hanno lasciato anche qui il segno. Il taglio delle province le ha private di uomini e mezzi e soprattutto delle risorse vitali, per cui ora non funziona neppure lo sgombero neve e la pulizia delle strade nelle zone montane. Ma per fare l’esempio più grave ed evidente, l’accorpamento del Corpo forestale dello stato ai corpi di polizia, di cui non si sentiva certo la necessità né l’urgenza , è avvenuto in modo tale da paralizzarne l’operatività se è vero, come riportato da tutta la stampa, che gli elicotteri forestali, essenziali a portare soccorso proprio sulle zone montuose e boscate, sono rimasti a terra a causa di una sfortunata ma anche improvvida fase di interregno. Alla prova dei fatti si è scoperto in ritardo che con questa ennesima dichiarata riforma si è privato il territorio montano di un presidio fatto da gente motivata, specializzata, ultracompetente che ora, come si sente dire, è frustrata.

 

Con gli esempi si potrebbe continuare. Le ragioni di questo terremoto istituzionale sono molteplici: la ragione prima è che l’apparato amministrativo del Paese è stato colpito al cuore da riforme improvvisate ed insane. Per anni si è blaterato di un pubblico impiego parassitario, denigrato dalle nuove classi dirigenti della politica improvvisamente catapultate al vertice di una macchina che non conoscevano e della quale si sono improvvisati macchinisti. Sono così stati ridotti drasticamente gli addetti pubblici, ben al di sotto dei livelli di guardia e comunque delle medie dei paesi europei; si sono sostituite le promozioni dall’interno con le nomine dall’esterno con grave pregiudizio per l’imparzialità e la professionalità dei funzionari pubblici. Ci siamo riempiti di norme farraginose e per lo più inutili che hanno aumentato a dismisura una burocrazia legislativa già asfissiante. Sono state bloccate le retribuzioni pubbliche per un decennio. 

 

La colpa non è solo degli ultimi governi ma risale alle riforme della privatizzazione fatte negli anni novanta: le ultime riforme hanno solo completato l’opera distruttiva. Questi politici hanno creduto di conquistare così il consenso dell’opinione pubblica. Non hanno capito che così facendo non si migliorava una macchina che avrebbe richiesto ben altri interventi, ma si fomentava il discredito populista, da un lato, e la disaffezione dei servitori pubblici, dall’altro, depauperando in modo irreversibile un patrimonio da valorizzare attraverso il merito e la lotta alle sacche di inefficienza e parassitismo. 

 

I risultati sono oggi davanti agli occhi. Ricordiamole: la riforma Madia della pubblica amministrazione è stata subito dichiarata incostituzionale e bocciata per ampia parte; La riforma della buona scuola ha prodotto solo disastri ed aspettative illusorie e così via. Il tutto poi è stato completato dalla legge Delrio con la riforma delle autonomie locali ed il superamento delle province, incompiuta perché affondata dall’esito del referendum.

 

La nostra regione Fvg non è stata da meno: basti pensare alla riforma delle UTI avversata dai sindaci preoccupati di difendere gli interessi dei cittadini contro scelte a dir poco incomprensibili e malamente ed arrogantemente calate dal vertice per passare alla soppressione, da noi resa effettiva, delle province che ha appesantito le competenze gestorie della regione. Altro esempio, alla riforma delle aziende sanitarie e via dicendo.

Tutte queste leggi hanno prodotto molti comunicati stampa, ma anche costi aggiuntivi e la diminuzione della qualità di servizi utili al cittadino.

 

La ragione di questo fallimento nazionale e regionale è evidente: l’avvento di una classe politica giovane ed inesperta ma dotata di grande arroganza e superficialità che ha avuto la presunzione di cambiare senza conoscere la realtà e senza naturalmente fare nessuna sperimentazione, passaggio ineludibile per ogni buona riforma. Adesso chiunque sarà chiamato a ricostruire un tessuto pubblico tanto gravemente compromesso si troverà di fronte ad un compito difficilissimo. 

 

L’importante comunque è cambiare almeno per impedire che il degrado continui.

 

 

Addì, 24 gennaio 2017

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