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1482587968361.jpg  matteo renzi IL DECLINO DI RENZI

Lo spread a 200 punti ci ricorda che siamo un paese ancora a rischio con l’economia che ristagna e il vecchio capitalismo nostrano che collassa senza che ce ne sia uno nuovo.

Il sistema bancario che è tutto da rimettere a posto e per il quale ci sono i 20 miliardi stanziati dal governo, a debito, ma non ancora gli strumenti per gestire gli interventi. 

Bruxelles che preme perché teme per la prossima legge di bilancio considerato che con il probabile rialzo dei tassi rischiamo di ritrovarci sul groppone i 17 miliardi di oneri passivi risparmiati l’anno scorso. 

Insomma, tra emergenze e vecchi problemi irrisolti, avremmo bisogno di poter sfruttare il tempo che ci separa dalla fine della legislatura. Invece, gli spasmi di un sistema politico irrimediabilmente fallito, fanno da contrappunto alla complessità delle questioni da affrontare e all’urgenza delle risposte da dare. 

Una larga maggioranza degli italiani attendono da tempo decisioni forti a fronte di problemi gravi e quando hanno smesso di credere che potessero offrirle le istituzioni e il sistema dei partiti, hanno invano cercato la risposta nelle leadership. Ma gli uomini forti si sono sempre rivelati non solo non all’altezza delle aspettative, ma addirittura “macchiette” compreso Renzi, che pure aveva il vantaggio di parlare al centro e a destra pur stando a sinistra. Ma invece di approfittare di questo vantaggio ha finito per essere più divisivo di Berlusconi. Ha fatto la frittata con il referendum, ma ora rischia di far peggio dando l’idea che l’unica cosa che lo anima sia la rivincita personale invece di dare al Paese una strategia e un disegno per i prossimi vent’anni. Renzi ha avuto il merito, inizialmente, di sfrondare molti dei tabù, vecchi e nuovi. E ora, Renzi, che avrebbe necessità di recuperare il consenso che ha scioccamente bruciato in poco tempo, preferisce parlare di elezioni subito, gazebi e premi di maggioranza e pensare al chiodo fisso del regolamento di conti contro i suoi nemici.

Renzi quando avrebbe potuto rompere il Pd e giocare in proprio, preferì il gioco del potere capace di procurare ustioni con grande facilità. E si è bruciato. 

Ora che dovrebbe aver imparato la lezioni e dovrebbe tessere la tela del rinnovamento nella concordia nazionale, fa lo sfasciatutto. Mentre al centro dello schieramento politico manca clamorosamente un soggetto politico capace di guardare ai riformisti e ai moderati e quindi di tessere la tela di alleanze politiche che dopo il voto – quando sarà e con qualunque sistema elettorale sarà – si riveleranno indispensabili. Insomma, il “partito che non c’è” e che va costruito al più presto.

 

 

Addì, 11 febbraio 2017


 

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