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28Unknown LA POLITICA DELLE GRANDI ILLUSIONI

Gli italiani tornano dalle ferie carichi di scetticismo. I decimali di pil in più e qualche dato sulla maggiore occupazione, nascondendo che in due casi su tre si tratta di contratti a termine, e che la disoccupazione è altrettanto aumentata non confortano. Il Governo pur agitando la carota di nuovi bonus dal chiaro sapore elettorale, non riesce ad abbattere il sentimento diffuso che il Paese non sia governato. Basta vedere, da un lato, la rinuncia a mettere mano alla legge elettorale, e dall’altro la dinamica del dibattito politico solo incentrato sugli equilibri di potere.

 

Persino l'azione moderata di Gentiloni finisce per rendere scoraggiante la prospettiva dei prossimi mesi con la manovra di bilancio con la quale l'Italia si giocherà la residuale credibilità in Europa e la possibilità di consolidare o meno la ripresa economica.  
Guardando alle elezioni si fantastica che il centro-destra unito possa vincere le elezioni e a questo fine si costruiscono a tavolino mediazioni politiche per rendere compatibili la posizione europeista del partito di Berlusconi e Tajani, con quella eurodisfattista del duo Salvini-Meloni. Trascurando il fatto che per vincere ci vogliono i voti – e in un contesto proporzionale questa armata brancaleone non arriverà mai al 51% – che acqua santa e diavolo non sono fatti per stare insieme e che il Cavaliere,  rimane pur sempre un ottantenne senza uno straccio di classe dirigente intorno. Allo stesso modo si immagina che il centro sinistra, spaccato non solo tra il Pd e chi sta alla sua sinistra ma anche e soprattutto dentro i Democratici, possa in qualche modo tornare a palazzo Chigi, tanto che si discute se ciò sia più probabile con Renzi o qualcun altro. 
Forse si fanno illusioni anche i 5stelle, fin qui candidati ad essere il primo partito ma con l’handicap di non aver costruito uno straccio di alleanze.
All’intero sistema politico, dunque, sfugge il fatto che in queste condizioni la cosa più probabile, è che le elezioni non daranno alcun vincitore. Cosa che non rappresenterebbe un dramma se le forze politiche, consce di questa probabilità, si muovessero fin d’ora a creare le condizioni per cucire le alleanze necessarie a dare un governo al Paese. Non un “patto di governabilità” che sia sottoscritto adesso, ma che almeno si evitasse di parlare fin d’ora di inciucio come se le larghe intese tra moderati e riformisti fossero una lesione alla democrazia.
L’unico embrione di questa discussione s’intravede in qualche analisi giornalistica circa le qualità della leadership che occorre in una fase politica come questa. Assodato che il bullismo alla Renzi è stato rottamato da tutti tranne che dal suo inventore, si discetta se è meglio il piglio di Minniti e di Calenda o la sorniona bonarietà di Gentiloni. In realtà, dietro c’è  un’analisi politica molto profonda da fare, riguardo l’eccesso di leaderismo che ha caratterizzato la nostra Seconda Repubblica e gli effetti dell’ubriacatura maggioritaria che non ha affatto portato maggiore governabilità. 
Occorre dunque ripartire dalla natura del sistema politico che occorre per far uscire l’Italia dal declino imboccato un quarto di secolo fa. C’è il tema dei partiti della loro capacità di rappresentanza in una società   liquida come la nostra e del peso che essi debbono avere rispetto alle leadership personali. E c’è il tema delle alleanze tra soggetti politici diversi che a sua volta pone quello delle figure più adatte alla mediazione, ma non per questo prive del necessario decisionismo.
Lì, 02 settembre 2017

 

 


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