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LE RICADUTE DEL VOTO SICILIANO

Domani il voto in Sicilia, sarà un test di valenza nazionale non tanto per chi vince, quanto per chi perde. Per il Pd è prevista una sonora batosta. L’entità della sua sconfitta determinerà le conseguenze politiche più generali. Se si trattasse di una disfatta, gli esiti finirebbero per ripercuotersi anche sul Pd nazionale e il suo segretario. E pensare che la gran parte degli italiani aveva accolto con entusiasmo la rottamazione volendo resistere alla tentazione dell’astensione o del voto dato ai populisti per rabbia. Renzi avrebbe dovuto usare quel capitale di consenso per ridare serenità al Paese e per mostrarsi lungimirante e inclusivo. Invece ha fatto l’esatto contrario. Anziché capire la lezione ha caricato a molla il suo ego, finendo per perdere il favore anche di chi aveva votato Sì al referendum.

Se il risultato siciliano fosse per Renzi molto pesante e se si rivelasse la premessa di una batosta nazionale, sarebbe un problema serio. Perché del Pd ci sarà bisogno subito dopo elezioni per formare una qualche maggioranza che dia un governo al Paese. Per evitarlo, Renzi dovrebbe fare tre cose. Una è quella che gli ha suggerito Carlo Calenda: invece di raccontare che grazie a lui l’Italia ha cambiato verso faccia un’operazione verità, dicendo la gravità dei problemi strutturali che abbiamo e indichi, ecco la seconda cosa da fare, la strada da percorrere, lanciando un progetto di rilancio e rinascita creando una squadra di persone credibili per tradurre in fatti le scelte programmatiche.
Se però Renzi così non facesse allora, per il bene del Pd ma anche del Paese, altri in quel partito dovrebbero assumersi la responsabilità di farlo.

È necessario riflettere sull’ipotesi che dopo aver votato a marzo si torni a farlo a giugno, dopo aver preso atto di una blocco totale. Poi, rimangono altri scenari plausibili: due sono basati sull’ipotesi che i grillini risultino il partito con più voti e che una volta ottenuto un mandato esplorativo dal capo dello Stato, facciano cadere la loro preclusione verso le alleanze. In un caso la possono fare a destra accordandosi con Salvini e la Meloni e nell’altro caso si volterebbero alla loro sinistra per incontrare tutto ciò che sta oltre il Pd. L'altra ipotesi è che Pd e Forza Italia uniscano le forze in nome della governabilità. È lo scenario più probabile, specie se Renzi rimanesse in sella, ma anche quello che faticherebbe a raggiungere la fatidica soglia del 50% più uno, a meno che oltre a Berlusconi alla compagnia si aggiungano anche Salvini e Meloni, cosa che renderebbe indigesta l’operazione a gran parte del Pd. L’ultima ipotesi, un “governo a tempo del Presidente per andare alle elezioni”, con riferimento a Mattarella, con un esecutivo in cui sarebbero chiamate ad entrare tutte le forze parlamentari che se ne rendessero disponibili. 

Chi ci starebbe? Molto dipenderebbe dal nome del presidente incaricato. Lo stesso Grasso? Mario Draghi? Potrebbero starci entrambi. Oppure potrebbero sfilarsi le forze più estreme, e in quel caso non sarebbe improbabile vedere i 5stelle spaccarsi tra responsabili e oltranzisti.
Comunque, sono situazioni maledettamente complicate, che richiedono tempo e pazienza e se ne riparlerà dopo la Sicilia.

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