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PERICOLO COMMISSARIAMENTO

L’aggiungersi di qualche decimale alla previsione di incremento del pil consente al Pd di affermare che in questa legislatura è stato tolto il Paese dalla recessione e portato ad un tasso di crescita che ci toglie dalla scomoda posizione di fanalino di coda dell’Europa. Per la verità siamo solo passati dal penultimo al quintultimo posto. Comunque, sarà pure una piccola corsa, quella del pil, ma tanto basta per far dire che sono state le politiche di questi anni, specie quelle renziane, a spingere l’economia ad una progressione inattesa. Sull’altro fronte, quello dell’opposizione, sono i dati non ancora confortanti dell’occupazione a fornire munizioni per sparare contro il governo.

Come sempre, si tratta di puro populismo e la situazione reale è assai più complessa. Il dato da cui partire, infatti, è un altro: quanto ha inciso la politica monetaria espansiva della Bce sulle dinamiche del pil. Senza Quantitative Easing l’Italia sarebbe stata e sarebbe rimasta in recessione. Senza Draghi avremmo avuto un percorso ben diverso e dunque a ben poco sono servite le poche scelte e le chiacchiere in cui si sono tradotte le politiche economiche interne.

Lo dimostrano due cose. La prima è rappresentata dalla differenza tra l’andamento congiunturale (il pil) e quello strutturale dell’economia. Un esempio, per capirci. Una variabile fondamentale per misurare lo stato di salute non momentaneo di un paese è la produttività. Ora, l’Istat ci ha appena fatto sapere che tra il 1995 ed il 2016 la produttività del lavoro è salita di appena 0,3 punti percentuali. Grave, molto grave. La seconda spia rossa accesa è data dallo scarto abissale che separa l’economia formale da quella percepita. Oggi la ripresa c’è, ma nel paese non la si vede, non la si tocca.

Ma la cosa che fa la reale differenza è la politica. Da un lato non è servita a far crescere l’economia, anzi, e dall’altro è percepita dagli imprenditori e dagli investitori nazionali e internazionali come un fattore di freno ma soprattutto di rischio.

Non stupisce, quindi, che in un quadro così contraddittorio il mondo produttivo e degli affari sostenga che bisogna organizzarsi come se la politica non ci fosse. Così come non stupisce che tante persone comuni non facciano mistero di auspicare l’arrivo dell’uomo forte capace di “sistemare le cose”.

Rimane il fatto che cambiare radicalmente a partire dalla classe dirigente sia indispensabile. Qualcuno ha pensato di farlo con la “rottamazione generazionale” ma ha clamorosamente fallito e per questo occorre una “contro-rottamazione” che consiste nel rottamare i rottamatori senza idee e con troppa presunzione e nel convincere le migliori intelligenze ed esperienze a rendersi disponibili all’impegno politico.

Sia chiaro è sincero desiderio di guardare al futuro, nella speranza che i padri della patria e le riserve della Repubblica si facciano avanti.

Attualmente i tanti italiani che non vanno più a votare, di fronte a gente seria che ha progetti seri, non farebbero mancare il necessario consenso. Però, si sappia che l’alternativa è il commissariamento da parte dell’Europa.

 

 

Lì, 18 novembre 2017

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