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Il berlusconismo può finire

Non contenta di avere contribuito per vent’anni a sostenere Berlusconi, la sinistra sta ora superando se stessa nel reiterare i suoi letali errori. Infatti, dopo il voto di fiducia al Senato e la decisione della giunta sulla decadenza da parlamentare del Cavaliere, molti esponenti del Pd e tutti i giornali schierati a sinistra si sono affrettati a celebrare la fine del “ventennio”.

Niente di più sbagliato (purtroppo). Per due fondamentali motivi. Il primo è che Berlusconi è politicamente finito già dal 2011 – dall’estate, se Alfano e Maroni avessero approfittato della sua debolezza e di quella di Bossi di allora per “pensionare” i due “vecchietti”, e poi dall’autunno quando lo spread lo costrinse a lasciare il passo a Monti – senza che nessuno sia stato capace di archiviarlo in via definitiva. Il secondo motivo è che per superare il berlusconismo la sinistra dovrebbe accettare di superare anche se stessa per come è stata in questi due decenni, visto che il suo ruolo è stato consustanziale a quello di Berlusconi. Il bipolarismo malato della Seconda Repubblica è frutto di tutti, non di uno solo, e gli errori dell’un polo sono stati speculari a quelli dell’altro.

Cosa significa tutto questo nel contesto attuale? Per esempio, che la rottura del Pdl che i Democratici vorrebbero si realizzasse per sancire la sconfitta politica del Cavaliere, presuppone un’analoga rottura del Pd. Volete che i moderati si separino dai falchi? Cominciate a fare altrettanto voi, distinguendo i riformisti-garantisti dai massimalisti-giustizialisti. Se pretendete di rimanere tutti sotto lo stesso tetto altrettanto accadrà sul fronte opposto, per l’identico motivo. La fine del berlusconismo non coincide con l’uscita di scena del suo inventore, ma con l’archiviazione del bipolarismo e l’apertura della Terza Repubblica. Cosa che presuppone una generale disarticolazione delle forze politiche e delle alleanze esistenti, da affrontare con coraggio e determinazione, non da considerare come una disgrazia da cui rifuggire.

Tutto questo per dire che la politica italiana, a cominciare dal governo, rischia di rimanere impantanata non meno di prima dello show-down della fiducia nelle more di “larghe intese” che non riescono ad essere “grande coalizione”. Letta ha detto che ora si può distinguere tra maggioranza numerica e maggioranza politica. Sarebbe molto opportuno che fosse così, ma potrà davvero esserlo solo e soltanto quando anche nel Pd si formalizzeranno le consimili distinzioni. Per questo, il governo – oltre ad un nuovo coraggio nel programma economico, che certo non coincide con vendere un po’ di patrimonio per coprire l’eccesso di deficit – deve mostrare gli attributi sul fronte della giustizia, della legge elettorale e delle riforme istituzionali. Non mediando perché tutti ci stiano, ma scegliendo in modo che quella auspicata “maggioranza politica” si formi.

Prendiamo la giustizia ora che, dopo l’errore commesso da Enrico Letta di aver lodato lo stato di salute del diritto in Italia, il tema è tornato praticabile grazie al Capo dello Stato che lo ha preso dal lato dell’affollamento delle carceri e della necessità – sottolineata persino da un Papa e bollata da sentenze europee – di un loro ritorno a condizioni di normalità e umanità. Il governo deve affrontare la questione, ma evitando gli sbagli commessi nel passato, quando si sono separati i provvedimenti di clemenza da una riforma complessiva della giustizia, senza capire che solo una riforma vera può ridurre in modo strutturale il numero dei carcerati. Perché se è vero, come purtroppo è vero, che quasi la metà dell’attuale popolazione carceraria – per la precisione il 41,2% – è in attesa di giudizio, è facile capire che è solo cancellando questa mostruosità della reclusione preventiva che si può combattere in modo serio e duraturo all’affollamento. Insomma, tolta la folla di chi sconta una pena che non gli è mai stata comminata, il problema sarebbe risolto. E a quel punto l’amnistia – non l’indulto, che già nel 2006 ha dato cattiva prova – è necessaria non per le carceri, bensì per salvare la riforma dalle macerie dello spaventoso arretrato che concorre a rendere ingiusta la nostra giustizia. Ma questo presuppone che la riforma sia stata fatta, o quantomeno che marci parallelamente.

Un’evoluzione, culturale prima ancora che pratica, che aiuterebbe il potere politico a rendersi forte, riformatore, illuminato, liberale e lungimirante. Cioè le qualità che occorrono a una classe politica e a un ceto di governo per fare ciò che in vent’anni nessuno è stato capace di fare.

Ma nell’attesa, il governo non rimanga con le mani in mano. Rompere con l’ala politica giustizialista è l’unico modo per mettere definitivamente in archivio Berlusconi e il berlusconismo.

 

Addì, 12 ottobre 2013

 

 

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