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A Berlino si sta preparando la grande coalizione "seria", mentre a Roma l'immobilismo sta alimentando la sfiducia

Come mai la Germania non ha ancora un governo? I tedeschi sono andati alle urne il 22 settembre, oltre un mese fa, ma a Berlino non si è ancora insediato il nuovo esecutivo. Che si stiano italianizzando? Per loro fortuna, no. Non solo perché nessuno si sta strappando le vesti perché è passato tutto questo tempo, ma soprattutto perché stanno facendo un lavoro serio di preparazione della nuova maggioranza di grosse koalition: Cdu-Csu e Spd si sono chiusi in una stanza e stanno negoziando non solo l’agenda del governo, ma ogni singolo provvedimento che dovranno prendere insieme. Anzi, si dice che in taluni casi stiano addirittura predisponendo gli articolati di legge. Così, giusto per non sbagliare dopo. Cancelliere sarà ancora Angela Merkel, ma le nuove larghe intese si vanno componendo attorno a un programma di sviluppo, che somma l’esigenza democristiana di continuare a tagliare la spesa pubblica che non funziona con quella socialdemocratica di spendere di più per il sostegno ai salari, anche introducendo quello minimo. La formula politica è vincente: usare il ritorno dell’Spd per porre rimedio agli scompensi indotti dalle (giuste) riforme che Cdu-Csu fecero, il tutto con l’obiettivo condiviso di continuare ad accrescere il vantaggio competitivo del sistema produttivo tedesco.

Insomma, a Roma c’è il governo ma, a furia di temporeggiare di fronte ai problemi, sembra che non ci sia, mentre a Berlino il governo non c’è ma sembra che già ci sia. E che l’Italia viva l’ennesima fase di sbandamento, lo rivela il fatto che dopo quattro mesi di rialzi in ottobre sia calato l’indice che misura la fiducia dei consumatori. Non abbiamo mai dato troppo peso agli indicatori economici relativi ai “climi di fiducia”, e non cambiamo idea ora. Ma certo questa secca inversione di tendenza la dice lunga sullo stato d’animo del Paese. Il momento che stiamo vivendo è delicato, perché nei mesi scorsi si era diffusa la convinzione che la recessione volgesse al termine e che fossero davvero scorgibili spiragli di luce in fondo al tunnel. Non c’era una spiegazione, semplicemente si credeva che fosse passato troppo tempo perché il ciclo economico non cambiasse traiettoria. In fondo la crisi politica che si era aperta dopo le elezioni di febbraio e con la maledetta complicazione istituzionale della successione al Quirinale, in primavera si era in qualche modo risolta, mentre il quadro macroeconomico europeo cominciava a dare significativi segni di miglioramento. Considerato che il desiderio di vedere la parola fine al brutto film che dal 2008 sta passando davanti ai nostri occhi era molto alto, alla fine per qualche tempo lo stato d’animo degli italiani è rimasto complessivamente preoccupato, ma anche aperto alla speranza che il cambiamento facesse capolino. Dietro la frase più gettonata – “così non si può più andare avanti” – c’era sì lo scoramento, ma anche la convinzione che sarebbe arrivato una sorta di “effetto rimbalzo”.

Ora non è più così. Sta tornando la sfiducia, si fa strada l’idea che quella finestra di speranza che si era aperta, o che ci si era immaginati si fosse aperta, si stia inesorabilmente chiudendo. La sensazione è che i piccoli miglioramenti registrati su produzione, fatturato e ordinativi delle imprese – per carità, solo qualche decimale, ma pur sempre positivi – stiano per lasciare spazio a nuovi rovesci. Prevale la percezione dell’immobilismo, del “tanto non cambia niente”. Si pensa che la dimensione dei problemi e il loro tasso di incancrenimento siano tali da non consentire a nessuno di risolverli. Un numero crescente di persone, soprattutto in posizioni apicali nel sistema socio-economico, si dicono convinte che l’Italia abbia superato il punto di non ritorno, che non ci sia più niente da fare. I meno scoraggiati sono quelli che si sono posti la domanda se la partita sia irrimediabilmente perduta, ma esitano a darsi una risposta. Taluni, pur essendo sinceri democratici, si dicono addirittura convinti che da questa situazione non si possa uscire senza una qualche forzatura. Per fortuna, sono ancora una minoranza quelli che ne fanno discendere decisioni drastiche, tipo chiudere l’azienda o andare all’estero. La maggioranza tira i remi in barca psicologicamente, ma non ancora sul piano pratico. L’effetto è comunque devastante: paralisi progressiva.

A questo declino fa da sfondo un sistema politico e istituzionale, ma più in generale una classe dirigente diffusa, per nulla in grado di dare dei segnali, percepibili e credibili, che vadano in controtendenza. Il governo è suo malgrado prigioniero delle lotte intestine che si stanno consumando dentro Pd e Pdl, e non riesce ad alzare l’asticella della sua ambizione. Il Quirinale, dove si è spostata la quota sempre più residua di potere che in Italia rimane, è bersaglio di irresponsabili attacchi. Il Parlamento, popolato di figure di ultima fila, è totalmente privo di ogni funzione. I media, insieme causa ed effetto della decadenza del Paese, vivono una crisi che si sta già rivelando senza ritorno. Mentre imprenditori e lavoratori, che rappresentano ancora la parte più sana e più viva del Paese, hanno rappresentanze sociali che sono prigioniere dei vecchi rituali, come dimostra lo sciopero indetto dai sindacati contro una legge di stabilità che ancora non sappiamo come uscirà dal Parlamento.

Sappiamo che occorre distinguere tra l’apparenza di una recita politica sempre più sceneggiata, e la realtà delle cose. Principio che va prima di tutto applicato alla guerra interna al mondo berlusconiano, che certo non è finta ma che si vedrà se avrà davvero epiloghi concreti. Molto, si dice, dipenderà se alla fine si troverà un’intesa, fosse anche solo un compromesso transitorio, sulla legge elettorale. Può darsi che la partita si giochi su questo campo. Noi siamo più propensi a pensare che, invece, il game decisivo sia quello che si svolge sul terreno dell’economia.

Mario Deaglio, con la consueta acutezza, ha scritto che dopo la “legge di stabilità” ci vorrebbe una “legge di rilancio”. Ma come si può produrre un salto di paradigma come questo, nelle condizioni politiche e istituzionali date? Qualcuno osservando l’andamento dello spread, affida le speranze al sostegno internazionale di cui indubbiamente godono Giorgio Napolitano ed Enrico Letta. Si pensa, infatti, probabilmente a ragione, che il livello così basso del differenziale tra Btp e Bund sia determinato non da fattori economici, ma da valutazioni politiche che gli attori del mercato finanziario fanno e che rappresentano la certificazione degli endorsement che Europa e Usa hanno dato agli attuali inquilini di Quirinale e palazzo Chigi. Basterà? Diciamo che si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente. Occorre che la Merkel, non appena avrà formato il suo governo di grosse koalition, conceda a Roma qualcosa di più di uno spread non da strozzo. E bisogna che Letta prenda il coraggio a due mani di approfittarne. 

 

Addì, 26 ottobre 2013 

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