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Il rischio é la fine di un regime!

Chi semina vento raccoglie sempre tempesta. E che tempesta, in questo caso: la rivolta della piazza. 
La politica e le istituzioni non hanno saputo leggere né interpretare il malessere crescente della società italiana. Era inevitabile, anzi è sorprendente che non sia accaduto prima. In sequenza sono state gettate alle ortiche: l’opportunità rappresentata dalla pur tardiva interruzione della fallimentare esperienza del bipolarismo malato, coincisa con la crisi da spread e la conseguente decisione del Capo dello Stato di promuovere una sorta di (potenzialmente salutare) “golpe bianco” con la nascita del governo Monti; il segnale inequivoco di invocazione di radicale rinnovamento lanciato dagli elettori con il voto del febbraio scorso; un governo di grande coalizione che potesse finalmente mettere mano alle riforme strutturali sempre evitate e pacificasse un agone politico messo a ferro e fuoco da una guerra ventennale. 
Se a questo si aggiunge il fatto che agli italiani è stata inflitta la visione di scene di bassa cucina politica, come il ridicolo tentativo di Bersani di agganciare Grillo, o la pietosa corsa al Quirinale di candidati azzoppati dal fuoco amico, o ancora l’inconcludente dibattito sulla legge elettorale e le riforme istituzionali che ha poi costretto la Corte Costituzionale a sanzionare la decadenza politica (anche se non quella giuridico-formale) dell’attuale Parlamento, si capisce perché l’ondata di discredito non abbia risparmiato nessuno.


Come se non bastasse, nel tentativo di recuperare consenso, sul terreno dell’economia si è scelta l’ostentazione di un ottimismo infondato, che stride con la realtà di imprese che chiudono e posti di lavoro che vanno in fumo, come racconta il grido d’allarme di Confindustria, l’ennesimo, che parla di “disperazione”. 
Invece la ripresa non c’è, o quantomeno non c’è ancora. Ma averne parlato come di una cosa acquisita ha creato la reazione, rabbiosa, di chi sta pagando ora le conseguenze della crisi e sentendosi dare una pacca sulla spalla mentre non trova ragioni di speranza, finisce col rivoltarsi. 
E lo fa proprio nel momento in cui la decisione della Corte Costituzionale sulla legge elettorale, da un lato, e l’ascesa alla segreteria del Pd di un outsider come Renzi, dall’altro, avrebbero dovuto rappresentare notizie di promettenti discontinuità.


Non sfuggono le diverse e contraddittorie connotazioni dei manifestanti: un miscuglio di disperati senza prospettive, di arrabbiati genuini e di rivoltosi di mestiere (che magari viaggiano in Jaguar, come si è visto), di vessati dalle tasse che non ce la fanno a finire il mese. 
Così come non sfuggono i tanti cappelli politici, anche di opposti estremismi, che si tenta di appendere a questo “movimento”.


Ma con altrettanta nitidezza non sfugge il fatto che è l’intestino dell’intero Paese a cui costoro danno voce. I sentimenti di rabbia e di sfiducia sono diffusi anche tra coloro che in piazza non scendono e non scenderanno mai. 
Quegli italiani che al di là degli effetti reali che la crisi ha prodotto alla loro esistenza, si sono fatti l’idea che tutti i guasti derivino da istituzioni inefficaci o inutili. 
Che credono che l’Europa sia una disgrazia e l’euro una fregatura, e che si sono convinti che la Germania sia ormai la causa della povertà altrui. Che non sono disposti ad accettare l’idea che, con la globalizzazione, i diritti degli emergenti possano mettere in discussione le certezze degli opulenti. Dipendenti pubblici che non producono e che, come nel caso dei tranvieri di Genova, non vogliono che la loro Azienda pur fallita, sia privatizzata, che marciano insieme a operai di società private diventati disoccupati e a partite Iva che non riescono più a fatturare. 
Uniti, tutti uniti, dalla comune indignazione in un frullato in cui il populismo e il qualunquismo di Grillo si unisce a quel sentimento di smarrimento e infelicità indicato dal Censis come il tratto psicologico prevalente dell’intera società.


Insomma, se di fronte a questa incertezza di presente e paura di futuro, la risposta politico-istituzionale è “state tranquilli che adesso passa”, non ci si può poi lamentare che le piazze si riempiono e mandano segnali di rivolta. E dopo l’errore di aver dato la risposta sbagliata, ora non si commetta anche quello di sbagliare analisi, sottovalutando la portata sistemica di queste manifestazioni. 
Anche se si fermassero qui – come c'é da augurarsi – rimarrebbero comunque la spia rossa accesa di un malessere sociale di cui la politica deve farsi carico giocando all’attacco. Cambiamenti radicali, ci vogliono. E le chiacchiere stanno a zero.

 

Addì, 14 dicembre 2013


 

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