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NEL 2014 CAMBIARE REGISTRO O SARA' TROPPO TARDI

Il 2013 si chiude con il Paese che vive una pericolosa schizofrenia. Da un lato la “stabilità formale”, ottenuta dal Quirinale e dal governo pur in una fase di turbolenza politica e istituzionale non meno intensa di quella che nel 1992 spazzò via la Prima Repubblica. Dall’altro, l' “instabilità sostanziale”, dovuta al perdurare della crisi economica e il crollo della credibilità del sistema politico-istituzionale.
Da un lato il richiamo al senso di responsabilità di Napolitano e al buonsenso del padre di famiglia da parte di Letta, dall’altro il pulsare della piazza e, ancor più significativo, il senso di ribellione del mondo produttivo.
Da un lato lo sforzo di ottimismo di chi vede la luce in fondo al tunnel e garantisce che la ripresa è a portata di mano, dall’altro il cupo pessimismo di chi non coltiva più la speranza e teme che si sia superato il punto di non ritorno.

Difficile uscire da questa contraddizione. Di stabilità e ottimismo c’è bisogno come pane, ma la loro esaltazione retorica e scarsamente sostenuta dai fatti.
D’altra parte, se la prudente Confindustria ha deciso di partire all’attacco del governo significa che anche gli imprenditori, compresi quelli “governativi” per definizione, non ne possono più e vogliono urlarlo a pieni polmoni. Un grido di dolore non di qualunquistica avversione alla politica ma di chi vede messa in pericolo la sua stessa sopravvivenza e vuole reagire. Altro che i “forconi”.
Se Squinzi usa la cruda valutazione che la recessione, quella “profonda” durata 6 anni e che ci ha mangiato 9,1 punti di pil, sarà pure finita ma certo non sono finiti i danni, vuol dire che il mondo produttivo sente la necessità di dire con forza la verità ad un Paese diviso tra chi la crisi l’ha materialmente patita e chi l’avverte più che altro sul piano psicologico ma che complessivamente ha subito un grave arretramento ed è diventato più fragile ed è unito dal giudizio di condanna inappellabile nei confronti della politica.

E come potrebbe essere altrimenti se quotidianamente si allestiscono indecorosi balletti intorno al tema di maggiore sensibilità pubblica, quello fiscale. La legge di stabilità tra Imu-Tasi, Tobin-tax e Web-rax, infinitesimale riduzione del cuneo fiscale e l’uso dei presunti risparmi della spending review, ha messo in scena uno spettacolo a dir poco deplorevole.
Ma sull’impianto generale della manovra il giudizio è netto: mosse giuste, partita sbagliata. È come se si giocasse a calcio o a rugby in un campo da tennis:  rispettate le regole, ma si doveva praticare un altro sport. Nessuno con un po’ di sale in zucca può contestare la necessità per un paese che ha 2 mila e rotti miliardi di debito, pari al 135% del pil, di tenere sotto controllo i conti.
Ma andava spiegato all’Europa che proprio per questo andava ridotto il debito e non il deficit. E per convincerla che stavolta si sarebbe fatto sul serio, occorreva preparare un grande piano di valorizzazione-dismissione del patrimonio pubblico cui chiamare a concorrere anche il patrimonio privato.
D’altra parte, cosa ci sta a fare una grande coalizione se non per realizzare ciò che i due poli del sistema bipolare non sono stati capaci di fare? Invece il governo ha finito per produrre una manovra di aggiustamento e manutenzione, inadeguata sul piano degli effetti pratici.

Il mondo produttivo si domanda in coro se il Paese abbia già perso la partita e, purtroppo, in moltissimi casi si da' risposta affermativa.
Per cui nessuno investe, pochi (quello che esportano) riescono ad astrarsi, molti chiudono-vendono-emigrano-esportano capitali. Sul piano politico, il rischio è che in tanti, troppi, cedano alle lusinghe dell’anti-politica qualunquista. Il pericolo non è che gli imprenditori scendano in piazza ma che gonfino le vele del populismo, dei movimenti anti-euro, di chi urla “facciamola finita".

Finora si e' creduto che l’indispensabilità del governo Letta facesse premio sulla delusione che provoca, così come a suo tempo fu per il governo Monti.
E che, dunque, le elezioni anticipate fossero l’ultima necessaria. Ma dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge elettorale si è dovuto cambiare idea.
Bisogna amaramente constatare che Letta non ha colto la grande opportunità insita nel resettare il gioco politico dopo il pronunciamento della Corte, e che il primo prezzo pagato da Renzi alla conquista della segreteria del Pd è stato abbandonare la linea delle elezioni subito proprio quando questa, contrariamente a prima, è diventata giusta.
Peccato, perché se i due “giovani” democrat non trovano le ragioni di una forte e intelligente alleanza, finiranno per rimetterci entrambi ma, soprattutto, finiranno per spegnere anche l’ultima fiammella di speranza che la politica sappia rinnovarsi anche senza la rivolta di piazza, la serrata degli imprenditori.

Buon anno nuovo.

 

Addi, 21 dicembre 2013

 

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