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E SE LA RIFORMA RENZI-BERLUSCONI NON PASSA AL SENATO?

La nuova legge elettorale targata Renzi-Berlusconi sembra decollare. Ma quasi nessuno parla delle reali probabilità che questo impianto possa passare le forche caudine del Senato. Dove, è cosa nota, dei 108 senatori del Pd, soltanto 25 sono di provata fede renziana.
I quali, sommati ai 60 di Forza Italia, costituirebbero un pacchetto di voti base ben lontano dalla maggioranza di 160 voti. Ammesso che tutti e 31 i senatori Ncd votino compatti, si arriverebbe a 116. Si dice: ma dopo le primarie, grazie ad una raccolta di firme, i filo Renzi nel Pd sarebbero raddoppiati. Ma anche contando 50 sì anziché 25 si toccherebbe quota 141. Troppo poco.
E quante possibilità ci sono che Gal (11), Scelta Civica (8), Autonomie (12), Popolari (12) e gruppo Misto (13) si uniscano alla “strana maggioranza” di Renzi, Berlusconi e (forse) Alfano?
La stessa che gli altri 58 senatori del Pd esplicitamente non renziani non si trasformino in altrettanti franchi tiratori:
bassa per non dire nulla.
Per un insieme di ragioni, che vanno dal merito della legge che è punitiva per tutti tranne che per il “vecchio duopolio”, alla lotta intestina dentro il Pd che la nomina a segretario di Renzi, e la sua ruvida dialettica, ha scatenato.

 

Ora il passaggio di “Italicum” alla Camera è indolore, ma quando sarà il momento del Senato, è più facile pronosticarne l’impallinamento che scommettere sulla sua approvazione.
Senza contare che cominciano ad affollarsi pareri relativi a possibili profili di incostituzionalità della riforma (l’ultimo è di Violante) e critiche pesanti nel merito, mentre obiettivamente non è facile ribattere a chi sostiene che la proposta sembra fatta apposta per contraddire il senso dei rilievi con cui la Corte Costituzionale ha bocciato il Porcellum.
Ma, viene da domandarsi, se sono così lampanti le difficoltà di far passare questa proposta, perché Renzi ci si ha messo platealmente la faccia?
Perché ha voluto cominciare la sua partita di neo-segretario del Pd proprio da lì e con quel tipo di proposta, figlia del patto stretto con Berlusconi, pur sapendo che al Senato i numeri non ci sono e che dalla strana convergenza D’Alimonte-Verdini non c’era da aspettarsi niente di buono?
E perché invece di fare di tutto per creare le condizioni più favorevoli all’aggancio dei senatori non suoi, ha scelto al contrario la strada della sfida mostrandosi incurante della loro possibile rottura?
Escludendo la risposta che contempla la stupidità, la spiegazione più logica sta nella frase che Renzi va ripetendo in queste ore:
“se la legge non passa la legislatura finisce”.
Eccola, la chiave: Renzi è cosciente che la legge rischia di non passare, ma siccome il suo vero obiettivo sono le elezioni subito, in contemporanea con le europee, sa altrettanto bene che esso è perseguibile in entrambi i casi.
Infatti, se la legge passasse, non avrebbe senso che una legislatura malnata continuasse a vivacchiare anche dopo che il Parlamento si è dato nuove regole per rinnovarsi.
Se, al contrario e come è più probabile, la legge non dovesse passare, quale miglior scusa ci sarebbe per far saltare il banco?

 

Se poi a questo si aggiunge che la proposta presentata fa acqua da tutte le parti, il cerchio si chiude.
Perché, al di là della controversa e comunque non decisiva questione “preferenze-liste bloccate”, il cervellotico sistema escogitato ha palesemente questi difetti:
adotta un premio spropositato a fronte di una soglia bassa (chi si conquista 220 deputati se ne vede regalati 113), con in più il rischio che si verifichi il caso che partiti alleati concorrano a far raggiungere alla coalizione la soglia del 35%, ma poi non superino la soglia specifica d’ingresso, per cui la rappresentanza, premio compreso, va ad un solo partito;
somma sbarramento e premio, producendo uno squilibrio eccessivo tra l’obiettivo della governabilità e quello della rappresentatività; introduce il doppio turno non tra candidati, come è ovunque si usi questo meccanismo ma tra le due coalizioni maggiori se la soglia non viene raggiunta;
induce (stesso difetto del Mattarella e del Calderoli) a formare coalizioni buone per vincere ma non per governare;
se ne frega che il sistema sia ormai tripolare; non annulla l’indicazione del nome del candidato premier prevista da norme precedenti, palesemente in contrasto con il profilo Costituzionale del nostro sistema istituzionale, che assegna al Capo dello stato il compito di indicare il nome del presidente del Consiglio e al parlamento di approvarlo.
Insomma, un pasticcio che ignora i motivi del fallimento della Seconda Repubblica.

 

Ma non preoccupiamoci troppo: è più probabile che si vada a votare con la legge riveniente dalla Corte Costituzionale. O che non si vada a votare nel 2014, e allora saranno guai per Renzi.

 

 

Addì, 25 gennaio 2014

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