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Un fallimento di Renzi aprirebbe una fase buia per la democrazia!

Adesso c’è Renzi a palazzo Chigi. Poco importa se è veramente ciò che voleva o se mirava alla crisi e ad andare a votare subito, se è logico che chi come lui invoca la pienezza del maggioritario, anche a costo di proporre una legge che di democratico ha assai poco, arrivi al governo senza una tornata elettorale alle spalle, e se ha ben calcolato i rischi che assume rispetto alle dinamiche del suo partito che ora sembra essere tutto renziano. 
Così come poco importa capire il perché Enrico Letta non sia riuscito in questi mesi a battere neanche un chiodo, o perché si sia illuso, che la resistenza avrebbe pagato e che quella conferenza stampa per presentare un improbabile libro dei sogni sotto forma di programma di governo gli avrebbe consentito di uscire a testa alta dalla vicenda.

È opportuno ragionare su cosa significa per l’Italia il “governo Renzi” che fra poche ore nascerà che, pur considerando i pro e i contro, potrebbe essere una chance. Che porta con sè, però, un grande problema: è l’ultima carta! 
Poi, per carità, la storia non finisce ma certo è difficile immaginare cosa potrebbe succedere se, dopo lo scarso risultato di Monti e il fallimento di Letta, pure Renzi dovesse inciampare. 
Anche perché gli italiani hanno caricato aspettative gigantesche sull’ormai ex sindaco di Firenze: a fronte di uno stato d’animo collettivo a dir poco sfiduciato, lui sta suscitando enormi attese. Anche chi non ha mai votato a sinistra, né lo farà perché c’è lui. 
Ma, appunto, con un retrogusto che crea allarme in chi non può ancorare l’analisi politica alla sola e generica “speranza”. È la percezione di un clima da “ultima spiaggia”, accentuato dalla tendenza di Renzi ad atteggiarsi come quello che “o la va o la spacca”.

C'é da valutare fin d’ora su come affrontare un eventuale “dopo Renzi”. Renzi ha dalla sua il Paese e la prospettiva di legislatura piena che si è voluto dare. 
Sono due vantaggi enormi, cui si aggiunge la condizione di un parlamento che, pentastellari a parte, starà comunque con lui, non fosse altro perché ha allungato a deputati e senatori la speranza di vita anche se è un capitale facilmente deperibile. 
Per tenerlo vivo, Renzi come capo del governo dovrà fare l’esatto contrario di Letta: mettere di fronte al fatto compiuto, mostrare decisionismo – vero, non a chiacchiere – per evitare la logica della mediazione preventiva sui provvedimenti. 
I quali dovranno sì rispondere alla logica del “colpo di reni” e non più dei piccoli passi come si era intestardito a fare Letta, ma senza per questo lasciarsi prendere la mano dal desiderio di stupire a tutti i costi. Insomma, leadership vera, non un suo surrogato mediatico. 
Per riuscirci, Renzi dovrà avere due squadre: quella di governo, necessariamente figlia degli equilibri politici; e quella sua, fatta di consiglieri politici capaci di elaborare dossier e gestire relazioni.

Si può fare? È difficile, ma si può fare. Anche perché a Renzi una seconda chance non verrebbe data. E perché, in caso di suo fallimento, il Paese piomberebbe in una cupa disperazione da impotenza che rischierebbe di aprire la porta a fenomeni di ribellione. La politica non è e non può essere solo Renzi. 
Ma ci vuole il tempo per costruire una nuova generazione di uomini e donne capaci di assumersi la responsabilità di guidare l’Italia fuori dal declino. Si vedrà se Renzi sarà capace di dare al Paese questo tempo.

 

Addì, 15 febbraio 2014


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