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LA VERA PARTITA DEL GOVERNO RENZI SI GIOCA IN EUROPA

Abbiamo il "quasi monocolore" Renzi. Il presidente del Consiglio c'é, i ministri sono pressoché un accessorio, strumenti nelle mani del leader. 

La maggioranza è confermata, ma i partiti – Pd compreso – sono marginali rispetto ad un governo che è quasi interamente fatto ad immagine e somiglianza di Matteo, dove quasi tutto dipende in modo stretto e sorvegliato da lui. L’unico elemento spurio è il ministro dell’Economia. Pier Carlo Padoan è uomo degli organismi internazionali, sa cosa significhi negoziare con le più importanti cancellerie europee. 
È l’unico in questo esecutivo così fragile (considerato anche il clamoroso declassamento degli Esteri) che abbia autonomia di valutazione, di pensiero e di relazioni, specie in campo internazionale.

Ed è proprio sul terreno della politica economica che si giocherà la vera partita del “quasi monocolore” guidato da Renzi. Il quale, essendo notoriamente ragazzo fortunato, ha trovato sulla sua strada un inedito e inaspettato alleato che potrebbe rivelarsi decisivo. 
É l’olandese Jeroen Dijsselbloem, Ministro delle Finanze, da un mese presidente dell’Eurogruppo. Voluto fortemente dai tedeschi, Dijsselbloem ha annunciato qualche ora prima che nascesse il governo Renzi, di aver convinto il pluri-riluttante commissario Ue, ad accettare la sua proposta di “riforme in cambio di più tempo per risanare i bilanci”, che prevede una maggiore flessibilità rispetto alla rigida applicazione delle regole su deficit e debito in cambio di interventi strutturali da definire preventivamente con la Commissione e da realizzare prima che Bruxelles conceda più tempo. 
Anche perché “molte delle riforme hanno anche effetti positivi sul bilancio, e quindi c’è connessione tra le due cose”, aggiunge il Ministro Olandese.

Quindi, non solo i paesi debbono dimostrare il loro reale impegno riformatore, ma negoziare le riforme in sede comunitaria in modo puntuale. Il che, da un lato, significa ulteriore perdita di sovranità, ma dall’altro comporta due grandi vantaggi. 
Primo: vincolare il buon fine delle riforme, riducendo il margine di frenata delle opposizioni parlamentari e delle opinioni pubbliche. Secondo: togliersi di dosso il carico dei parametri europei, creandosi così maggiori margini di azione.

Musica per le orecchie di Renzi, se solo ascolta. Farà dunque bene a cogliere al volo l’aspetto positivo del messaggio del 47enne ministro olandese, tenendone conto nel programma di governo che si accinge a formulare. 
E siccome quella è la questione delle questioni, per Renzi diventa la quadratura del cerchio. Lo schema di Dijsselbloem, infatti, gli consente di negoziare con l’Europa e portare a casa quei margini di manovra che i suoi due ultimi predecessori non avevano nemmeno osato immaginare di poter trattare. Nello stesso tempo, si assicura la possibilità di mettere in cantiere alcune riforme vere. 
E infine, si guadagna margini di manovra per il rilancio dell’economia, che potrà spendersi in termini di riduzione delle tasse (cuneo fiscale e Irap) e/o di investimenti in conto capitale. 
Cosa di cui ha estremo bisogno, Renzi, visto che anche gli ultimi dati congiunturali relativi all’industria dimostrano che la ripresa è di là da venire.

Insomma, c’è solo una via mediana tra l’obbedienza cieca ai dettami europei di fatto imposti dai tedeschi e la ribellione, che presuppone una credibilità che l’Italia non ha. 
Ed è proprio quella intelligentemente e coraggiosamente indicata dall’olandese. Uno schema, questo, che tra l’altro l’uomo prescelto per l’Economia, Padoan, è perfettamente in grado di capire, apprezzare e far proprio.

In questo quadro, la spending review può essere riformulata, come è bene che sia, da lavoro di “spulcio delle voci di spesa” al ben più proficuo “risultato delle riforme”. 
Un conto è cambiare il sistema sanitario, ricavandone “anche” un vantaggio economico, e altro è individuare sprechi con l’unico obiettivo di ridurre i costi, e dunque lasciando il sistema così com’è. Ed è solo uno dei tanti esempi di quelle riforme che il Ministro Olandese individua come la “merce di scambio” con l’Europa.

Il nostro baldanzoso presidente prossimo alla fiducia farà propria e percorrerà la “via Dijsselbloem”? 
Speriamo che lui e i suoi consiglieri, finora in altre faccende affaccendati, abbiano il tempo di accorgersene e studiarla. Perché altrimenti, la miccia di questo governo si rivelerà particolarmente corta.

 

Addì, 22 febbraio 2014

 

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