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La visita di Obama cambia il film che Renzi sta girando Sta cambiando la trama del film. Finora si è parlato dell’esistenza di due sceneggiature della “rivoluzione Renzi”. Una prevede di rappresentare quello che si vede dal vero: un presidente del Consiglio che ha buttato il cuore oltre l’ostacolo e che si gioca tutto sulla realizzazione delle riforme che ha annunciato, e che ha realmente intenzione di arrivare fino al 2018. L’altra, al contrario, disegna un politico spregiudicato che affabula di grandi intendimenti e utilizza a piene mani una sorta di “populismo buono” con cui intende battere il “populismo cattivo” di Grillo con l’obiettivo di vincere le elezioni europee, per poi passare subito all’incasso andando in autunno alle elezioni politiche anticipate. Ma ora le cose sono cambiate. Tanto che la trama del film rischia di dover essere completamente riscritta. Perché è lo scenario internazionale ad essere in movimento e Renzi potrebbe vedersi forzare imprevedibilmente la mano, suo malgrado. La visita di Obama ci dice che gli Stati Uniti intendono spingere l’Europa verso scelte drasticamente diverse da quelle degli ultimi anni. Vogliono una politica economica e monetaria orientata allo sviluppo e che punisca chi (la Germania) prospera grazie ad un surplus commerciale eccessivo che mette in difficoltà i paesi europei più deboli ma anche gli Usa. Vogliono una politica estera europea comune di stampo neo-atlantico, che sappia mettere la museruola a Putin, facendo abortire le sue ambizioni di ricostituire l’impero sovietico. Vogliono una politica energetica comunitaria che riduca drasticamente il tasso di dipendenza dal gas russo. E, infine, vogliono un sistema di difesa europeo finalmente integrato. E chiedono che i maggiori paesi dell’eurozona extra Germania – Francia e Italia in testa – facciano argine con gli Usa nei confronti dei tedeschi e del loro asse con la Russia. Altro che F35, qui stiamo parlando di scelte strategiche di grandissima rilevanza. A fronte delle quali Renzi può anche affabulare per due ore con Mentana in tv come se stessero giocando a scopone al bar del paese, ma non si può sottrarre. E non sono scelte semplici, ci sono di mezzo equilibri delicati ed è richiesto un tesoretto di credibilità che il nostro Paese purtroppo non possiede. Giocare una partita che abbia in palio la tenuta dell’eurosistema e della stessa moneta unica su basi opposte a quelle fin qui praticate non è cosa che si possa far a cuor leggero. Renzi credeva di calcare un certo palcoscenico, e ora si trova a doverne calcare uno completamente diverso. Con molti più vincoli e meno vie di fuga. Per questo occorre che faccia sul serio le grandi riforme che ha annunciato per cambiare l’Italia. È l’unica strada che ha per avere la credibilità richiesta per giocare su quei tavoli. Non basterà dire che la Merkel è cattiva per rispondere alla chiamata di Obama. Bisognerà avere le carte in regola a casa propria per provare a invertire l’indirizzo europeo. Un esempio? Renzi continua a dire che i 20 miliardi della manovra illustrata con enfasi ma non ancora trasformata in provvedimenti legislativi, ci sono. Perché deriveranno da tagli di spesa. Ma quando gli si chiede quali sono i capitoli della spesa pubblica che verranno toccati non va oltre la populistica evocazione della cessione delle auto blu o del taglio degli stipendi di manager pubblici. Interventi irrisori, dal punto di vista macroeconomico. Allora, caro Renzi, fai una bella cosa: “rottama” il commissario alla spending review. No, non per risparmiare i 258 mila euro annui che costa Carlo Cottarelli, o per disistima nei suoi confronti. Il governo non può delegare il compito di ridurre e riqualificare la spesa pubblica a un soggetto privo di rappresentanza e responsabilità politica. E non solo perché ciò denuncia la tendenza della politica a sfuggire ai propri obblighi ma perché non è così che si ottengono i risultati che si dice di voler perseguire. Per dirla renzianamente, delegare ad un commissario è tutto meno che “rivoluzionario”. La verità è che l’obiettivo primario sono le riforme di sistema, mentre la riduzione della spesa è un obiettivo secondario. Nel senso che è conseguenza delle riforme stesse. E queste non possono che essere concepite e realizzate da governo e parlamento. Inoltre, le riforme sono la migliore garanzia che non si procede a tagli lineari. O, viceversa, che interventi di natura legislativa – come, per esempio, i tagli alle pensioni indicati nello studio presentato da Cottarelli al governo – non siano concepiti al di fuori delle sedi istituzionali proprie. Diversa, invece, è la questione della misurazione dell’efficienza ed efficacia della spesa. Di tutta la spesa pubblica, anche quella che non si intende tagliare. Ecco le vere “rivoluzioni”, che Renzi dovrebbe fare per essere davvero interlocutore di Obama se vuole aspirare a dire la sua posizione in Europa. Tutto il resto è fuffa. Che non è buona nemmeno a procurar voti, perché gli italiani mica sono scemi.
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