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Se le riforme sono quelle del Senato e delle Province, meglio non farle

L’intento, duplice, è nobile. Da un lato, dimostrare al Paese che dopo anni di immobilismo finalmente si è imboccata con decisione la strada riformista, e che non ci si ferma di fronte a niente. Dall’altro, tentare di arginare la crescente deriva dell’antipolitica, che potrebbe prendere il sopravvento alle prossime elezioni europee, con progressive iniezioni di populismo. Ma il rischio che si corre è altissimo. Anche perché ogni volta che la politica italiana si è buttata sulla strada delle riforme “finalizzate ad altro”, ha pestato letame, facendone pagare le conseguenze al Paese. Così è stato, per esempio, per la riforma pseudofederalista del Titolo V della Costituzione, fatta dalla sinistra per agganciare la Lega, o arginarne l’avanzata, e risultata un autentico disastro. E così facendo c'è il rischio che avvenga per le riforme istituzionali messe in campo da Renzi (abolizione di Province e Senato), fatte per contrastare Grillo sul suo stesso terreno qualunquista.

Prendiamo la questione Senato. Come ha ben ricordato Napolitano, l’atavico problema italiano è quello del “bicameralismo perfetto”, che ha rallentato in modo insopportabile la nostra produzione legislativa. Tanto meno il problema è l’esistenza stessa della “camera alta”, che ha ragioni di garanzia che non debbono necessariamente essere sacrificate per ottenere l’obiettivo, sacrosanto, di una maggiore speditezza dei lavori parlamentari e quindi di un aumento del tasso di governabilità. È vero, molti paesi hanno sistemi monocamerali ottimamente funzionanti, ma se si vede che s’intende – come sembra – abolire il Senato e nel contempo rafforzare l’esecutivo, magari aggiungendo anche l’introduzione di una legge elettorale iper-maggioritaria e che prevede la nomina dei parlamentari da parte di chi guida l’esecutivo, allora non è disfattismo pensare che l’equilibrio istituzionale risulta compromesso.

Il tema non è l’abolizione ma la trasformazione del Senato? Peggio ancora, se la via è quella di farlo diventare il dopolavoro degli assessori regionali e comunali, cui per di più si affida il compito di votare le riforme costituzionali. Non sarebbe più proficuo dividere le competenze tra Camera e Senato in modo da raddoppiare la velocità della produzione legislativa, riducendo del cinquanta per centro il numero dei Parlamentari? Se un ramo del Parlamento si occupa di certe materie in via esclusiva, e il secondo ramo di altre, lasciando il doppio voto solo per la fiducia e sfiducia ai governi, si avrà una produzione legislativa doppia e rapida. Troppo poco vendibile nell’agone elettorale? Ma così è pensare che gli italiani siano scemi, e non lo sono. Se si faranno riforme serie, i voti arriveranno.

Prendiamo la presunta abolizione delle Province. Le Province non sono state affatto eliminate, restano dove sono, per di più con un possibile aggravio di costi dovuti al diverso trattamento del personale, mentre ne viene cancellata la rappresentanza democratica. Per eliminarle occorre una riforma costituzionale! Si dice: ma qui si gioca la partita tra cambiamento e conservazione, bisogna schierarsi. Va bene, forziamo pure. Ma se il gioco vale la candela. E ciò si verificherà solo se il governo prepara un’organica riforma dell’intero sistema del decentramento amministrativo, riformulando il Titolo V – creaziine delle nuove Regioni, abolizione totale delle Province, tetto minimo dei 5 mila abitanti per i Comuni (il 70% degli 8100 attuali è sotto), cancellazione di molte istituzioni di secondo e terzo grado inutili. Ma quella approvata in questi giorni è solo una riformicchia, e far credere altro ai cittadini significa precludersi la possibilità di arrivare alla grande riforma.

Si vuole modificare questo stato di cose? Ottimo, ma nel quadro di una riforma organica degli assetti istituzionali. Che non si possono mutare a spizzichi e bocconi, e per di più sulla base di parole d’ordine pescate dal gergo populista. Per non parlare della riforma della legge elettorale: farla è una necessità, ma una legge che mischia sbarramento, premio di maggioranza e doppio turno è una pessima legge, che per di più è esposta, essendo di fatto un “porcellum bis” e pure peggiorato, alla mannaia della Corte.

Insomma, bisogna fare riforme radicali, e in tempi rapidi perché il Paese “non ne ha più”. Ma devono essere riforme radicali che affrontino in profondità i problemi e non perché siano facili da “vendere” sul piano della comunicazione politica.

 

Addì, 05 aprile 2014

 

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