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Il DEF di Renzi non convince Inutile nasconderlo, finora Renzi è stato deludente, e il renzismo ancora di più. Il “rivoluzionario” capo del Pd e presidente del Consiglio sta contribuendo ad abbattere molti tabù, a infrangere molti miti che la sinistra comunista e sindacale aveva coltivato nel corso dei decenni. E non è certo cosa da poco. Ma tutto questo deve riuscire a trasformarsi nella nascita di una vera sinistra pragmatica, che soppianti quella ideologica e di conseguenza spinga la destra a fare un altrettanto indispensabile salto di qualità programmatica. Invece, il populismo di Renzi va in tutt’altra direzione. Il Def indica numeri non credibili. Mentre i dati sulla produzione industriale ci dicono che la crescita manifatturiera nel primo trimestre sarà di mezzo punto e quindi ancora meno sarà quella del pil, il Def mette nero su bianco ipotesi di crescita dell’economia non realistiche: lo 0,8% di quest’anno è di almeno 2-3 decimi di punto sopra tutte le previsioni, nazionali e internazionali mentre l’1,3% indicato per il 2015 è poco giudicabile per le troppe variabili che influiscono ma comunque appare anch’esso sovrastimato se confrontato con altre previsioni. Differenze, queste, che ovviamente incidono sul rapporto che misura il pil raffrontato al deficit su cui può aprirsi il contenzioso con l’Ue. Nello specifico, Renzi prevede una manovra strutturale – il taglio delle tasse – coperta in misura consistente da una tantum che producono un equivalente ammanco nei prossimi esercizi, e per il resto da tagli di spesa in parte del tutto ipotetici e per 3 miliardi relativi a risparmi già impegnati nell’ultima manovra del governo Letta. Il tutto per mettere in tasca i famosi 80 euro a qualche milione di italiani. Detto questo, però, che a criticare il Def di Renzi, siano gli estensori di quelli precedenti che alla prova dei fatti si sono rivelati tutti straordinariamente fallaci, sia per eccesso che per difetto è un po’ troppo. Non facciamo i finti tonti: il Def è un documento politico, usato (da tutti) con logiche politiche. E siccome negli ultimi vent’anni la politica è stata ridotta a mera comunicazione, il Def è alla fin fine uno strumento di marketing e comunicazione politica. È stato così con i governi di centro-destra e centro-sinistra che si sono alternati ed è stato così persino con l’esecutivo del tecnico Monti e quello di grande coalizione di Enrico Letta. E pure Renzi in questo passaggio non compie alcuna rivoluzione: il Def resta il libro dei sogni, che è sempre stato. Come si vede, si tratta di una politica in continuità con quelle precedenti. Dunque tacciano coloro che hanno posto la firma sulle manovre di bilancio del passato. Ma nello stesso tempo si eviti di far passare per rivoluzionario ciò che tale proprio non è. Altrimenti, se Renzi avesse messo in campo un intervento strutturale sul debito usando il patrimonio pubblico e chiedendo a quello privato di concorrere allora come avremmo dovuto definire quella manovra, sovversiva? Renzi ha messo in campo un intervento che a voler essere positivi è pensato per risollevare il morale alla truppa e a voler essere malevoli è di carattere elettorale. Sia per il merito della manovra (diamo agli italiani che ne hanno più bisogno, togliamo a banche e grandi burocrati, tagliamo sprechi e privilegi), sia per il modo (non strutturale) con cui è stata costruita, essa appare un modo per arginare con ampio uso di anti-politica la forza elettorale di Grillo ed evitare che le elezioni europee siano la bara della prova di forza renzista. Poi, superato lo scoglio elettorale, tutto tornerà in discussione.
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