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Dopo le europee la politica andrà ripensata

 

Ci siamo. L’avvicinarsi delle elezioni europee e il dischiudersi di quattro settimane di campagna elettorale all’insegna del populismo più sfrenato, ha rotto l’incantesimo della clamorosa ascesa di Renzi al potere che rischia di rivelarsi prematura e frettolosa e complica il gioco politico più di quanto la narcosi prodotta dall’irrompere sulla scena del “rottamatore rivoluzionario” impedisca di immaginare.
Paradossalmente, la prima elezione del parlamento di Strasburgo con un qualche significato politico europeo da noi avrà un’importanza prettamente nazionale. Proprio perché il risultato del 25 maggio sarà determinante per gli equilibri politici interni.

Infatti, è bastato che Berlusconi tornasse in tv certificando di essere in possesso di quella che ha definito la sua “agibilità politica”, e che sospendesse in una sorta di limbo il “patto” con Renzi (senza cancellarlo, peraltro), ed ecco che la politica è sembrata tornare nell’anarchia pre-Renzi.
Il Cavaliere non ė in grado di dar vita a chissà quale mirabolante performance elettorale ma certo d’ora in avanti attingerà alla sua inesauribile vena demagogica per dar fondo ad un repertorio di slogan anti-euro che gli eviterà il precipizio dei consensi, ma soprattutto che indurrà tutti gli altri competitor a non essere da meno.
Tutti meno il Pd, che per cultura e vincoli di governo non potrà andar oltre i distinguo tipo “euro sì, ma” che non pagheranno in una competizione che in tutta Europa e non solo in Italia vedrà scaricare sulla moneta unica e su Bruxelles le frustrazioni di una crisi durata troppo a lungo e che ha mostrato tutti i limiti del percorso d’integrazione.

Insomma, a un mese dal voto lo scenario che appare più probabile è quello della tripolarizzazione della politica italiana, con Berlusconi che confermerà il suo inevitabile declino ma non così tanto da non poter più incidere sul dopo-voto, con i pentastellati che si avviano a superare largamente il risultato delle politiche e con il Pd di Renzi che, perdendo un po’ di voti a sinistra e recuperandone al centro, sarà il primo partito ma senza incassare una squillante vittoria, né numerica né tantomeno politica.
E se così dovesse andare, saranno guai per tutti. Per il presidente del Consiglio, che vedrebbe riesplodere i mal sopiti fermenti interni al Pd e che si ritroverebbe a dover ridefinire tanto il quadro delle riforme istituzionali – Berlusconi è stato chiaro: dal Senato alla legge elettorale, è tutto da rinegoziare – quanto quello della politica economica. Ma saranno guai anche per il centro-destra, che dovrà fare i conti con una leadership, quella di Berlusconi, capace di impedirgli di crollare ma non di riconquistare il ruolo di un tempo.
E saranno guai perfino per Lega e Grillo, che dopo aver gridato che l’Europa va rottamata si ritroverà ad essere comunque una minoranza capace solo di esprimere un’opposizione sterile. E saranno problemi seri per Giorgio Napolitano, costretto a scegliere se lasciare la nave o se infliggere a se stesso il sacrificio, morale e fisico, di continuare.

C’è un’Italia vecchia e logora nelle istituzioni e nelle burocrazie centrale e periferica che occorre spazzar via. Costi quel che costi.
E c’è un’Italia nuova, in parte già fiorita – si pensi alle imprese globali – e in buona misura ancora tutta da creare, che deve poter emergere. Al più presto. Se non siamo ancora entrati nella terza Repubblica è perché occorreva una fase di transizione, inevitabilmente popolata di figure “fugaci” e altrettanto inevitabilmente costretta ad attingere a piene mani al qualunquismo populista. Ora, però, la transizione, che è durata fin troppo, deve finire. L'impressione ė che la resa dei conti verrà subito dopo le elezioni europee.
Per quanto dovrà accadere nell’eurosistema – anch’esso dentro una fase di transizione che deve finire – per la pressione che il mutato scenario geo-politico-energetico imporrà, peraltro riassegnando una perduta centralità all’Italia, e per la disarticolazione che subiranno gli assetti politici interni.
Chi ha a cuore le sorti del Paese e vuole evitare lo sbarco della Troika – perché quella di solito cura la malattia ma lascia il malato cadavere – sappia fin d’ora che occorrerà inventarsi qualcosa di nuovo. Riparliamone a giugno.

 

 

 

Addì, 26 aprile 2014

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