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POVERO PIL A poco più di una settimana dalle elezioni, vale la pena di usare la notizia che l’economia italiana è tornata a decrescere nel primo trimestre dell’anno per ragionare di Europa, mortificando così il timido sussulto di ripresa di fine 2013, e certificando che non riuscendo a segnare una vera inversione di tendenza, continua a ristagnare, rimanendo prossima allo zero. Infatti, non molto meglio vanno le cose in Francia (crescita piatta) e addirittura peggio in Olanda (-1,4% il trimestre), mentre la Germania con un +0,8% sembra essere uscita definitivamente dalla crisi ma non certo con gli stessi ritmi degli Stati Uniti. Il pil complessivo dell’eurozona è salito dello 0,2% nel primo trimestre rispetto al trimestre precedente e dello 0,9% su base annua. Questo significa che il Vecchio Continente non solo fatica a tenere il passo del resto del mondo ma anche e soprattutto che rimane diviso in economie a velocità sempre più sfasate. Ciò sta a significare che è fallito il tentativo di unificare le politiche economiche e finanziarie dei diversi paesi. E questo spiega perché c’è grande scetticismo su questo voto. La contraddizione in cui siamo caduti è che l’Europa non funziona per mancanza di quel passaggio federale che doveva progressivamente spogliare le sovranità nazionali per delegarne i poteri ad un governo europeo eletto democraticamente in via diretta, ma la valutazione prevalente è invece che sia per un’esagerata ingerenza delle decisioni comunitarie nella vita di ciascun Paese, il che genera risposte che vanno dal “meno Europa” al dirompente “usciamo dall’euro”. Naturalmente, specie in Italia, chi predica la fine della moneta unica non spiega come concretamente si potrebbe uscire dall’euro e tace, o mente, su cosa succederebbe nel caso lo si facesse davvero. No, ci si accontenta di invogliare la rabbia dei cittadini, inducendoli a credere che i loro problemi nascano dalla moneta europea, e non come sarebbe invece giusto dire, dal fatto che la sua costituzione non è stata preceduta da un processo d’integrazione politico-istituzionale, indispensabile a rendere logico e necessario l’avere una moneta comune in tasca. Viceversa, però, sbagliano quelli che per sostenere la tesi opposta agli anti-euro, si limitano ad argomentare la posizione solo in base alla tesi che l’uscita è tecnicamente complicata per non dire impossibile. Non perché questo non sia vero, ma perché non basta a convincere i cittadini che la risposta giusta debba essere la creazione degli Stati Uniti d’Europa. Inoltre, questo dibattito non aiuta per nulla a identificare quel che i singoli paesi devono fare per loro conto – e in particolare quelli in difficoltà come l’Italia visto che Spagna, Portogallo, Irlanda e persino Grecia si sono già scrollate di dosso la crisi per evitare che il castello di carte crolli veramente. Il risultato di tutto questo sarà un voto premiante per i populisti di ogni colore. Di fronte al quale è sicuro che l’Europa rimarrà spaccata e difficilmente trarrà dal voto del 25 maggio la spinta necessaria ad una maggiore integrazione. Se l’Europa è in crisi è per l’incompiutezza della sua integrazione. La ricetta, dunque, è più Europa, e non meno Europa. Ma è soprattutto per motivi interni che occorre archiviare al più presto queste maledette elezioni. Esse, infatti, hanno condizionato la partenza del governo Renzi tutto intento a conquistare quanto più consenso possibile, e a maggior ragione rischiano di condizionarne il proseguo dal 26 maggio in poi se il risultato del voto dovesse essere, come potrebbe essere, un tripudio per il populismo radicale di Grillo. Ed è anche per questo che occorre che Renzi compia un salto di qualità già in questi ultimi giorni di campagna elettorale. Il presidente del Consiglio dia per persa la battaglia con il comico genovese sul terreno della demagogia, cambi registro e si lanci nella descrizione di un programma che non sia un libro dei sogni. Parta dalla constatazione che la ripresa non c’è e che, a parità di politiche, non ci sarà. La colpa, ovviamente, non è sua, ma presto ne sarà corresponsabile se non avrà la capacità di parlar chiaro al Paese e di indicare un programma ben più incisivo di quello, un po’ troppo elettorale (gli 80 euro), fin qui descritto. Soprattutto, se non darà subito questa sterzata, si ritroverà a giugno in un clima politico a dir poco infuocato, con i “rottamati del suo partito che rialzano la testa, e magari con il presidente della Repubblica sull’uscio del Quirinale. E i leader politici, specie quelli che hanno la presunzione di essere invincibili, fanno presto a cadere.
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