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PROMESSE A BUON MERCATO ! La campagna elettorale annunciava un confronto mai prima d’ora così entusiasmante. In principio era l’assegno di 80 euro. Invece, si è fatta giorno dopo giorno meno pulita e più scomposta: solo tante promesse a buon mercato. Adesso, in prossimità dei comizi finali, più cresce la foga di pronunciamenti ultimativi e più si fa acuta la tentazione dell’astensionismo. È la vera protesta, quella che sceglie di non scegliere perché ravvisa un deficit di proposte e soluzioni attendibili. Dentro c’è tutto, ma il grosso è dato dalla perdita di fiducia nei riguardi di una politica rissosa e incoerente. A Bruxelles popolari e socialisti sono chiamati a collaborare alla luce del sole così da garantire che il processo di unità non si areni nel gioco delle reciproche interdizioni. Si tratta di condividere nella prossima legislatura europea il peso di una politica fondata sulla concretezza e la lungimiranza di un disegno riformatore, anzitutto nell’interesse delle nuove generazioni. In alternativa si andrebbe facilmente incontro a un sovrappiù di possibili turbolenze. Pertanto le conseguenze sarebbero più gravi di quanto ognuno intraveda al momento. Anche in Italia si avverte l’esigenza di una fattiva solidarietà. Invece la maggioranza di governo, a fatica composta attorno a Enrico Letta e poi ricomposta in maniera teatrale attorno a Matteo Renzi, non fornisce alla pubblica opinione un’idea di stabilità e di coerenza. A che serve, questo tipo di maggioranza? Non a fare le riforme elettorali e istituzionali, giacché per quelle soccorre (o soccorreva) il rapporto con Berlusconi; né tanto meno a disegnare uno scenario per il domani, visto che ciascuno declina il suo impegno in funzione di una esclusiva necessità contingente, lasciandosi le mani libere per il futuro. Dunque, il senso della responsabilità svanisce nella nebbia dell’opportunismo. Non può durare. È evidente che il risultato delle urne getterà alle ortiche una tale politica di astuzie e retropensieri. Agli attuali “indipendenti dalla politica" toccherà rivolgersi con un linguaggio diverso, più leale e più costruttivo. Ormai l’amalgama di una maggioranza a tempo mostra di esistere solo in virtù dell’allegra spregiudicatezza renziana. Sul terreno delle sfide politiche interne servirà che il gruppo dirigente del Partito democratico affronti il problema della revisione di una linea improntata a spirito di orgogliosa autosufficienza, incapace tuttavia di sostenere l’impalcatura di una organica alleanza politica. Come pure le incombenze della fase post-elettorale implicheranno un’analoga e parallela revisione per quelle forze politiche che insistono a coltivare la pretesa di una aggregazione di segno diversamente berlusconiano. Esse vanno incoraggiate, piuttosto, ad assumere un ruolo più dinamico e intraprendente lungo la direttrice di un progetto che punti alla mobilitazione democratica di tante energie diffuse nel tessuto della società civile. In sostanza, una coalizione vive e dà frutto se mantiene il distacco dall’integralismo che si annida nella ostentazione di un desiderio gonfio di partigianeria. Qui sta il punto. È più che lecito presagire lo sviluppo di una normale competizione tra democratici di orientamento socialista e democratici di orientamento neo-popolare; ma ora, occorre porre la logica della cooperazione politica. Nulla vieta di pensare alla naturale contrapposizione che prenderà forma in un avvenire più o meno lontano; sta di fatto però che la fisiologia di questa classica articolazione di lotta politica avrà maggiore o minore consistenza a seconda della preparazione che via via maturerà nel corso di una stagione intensa, fondata sulla collaborazione di partiti, anche nuovi, capaci di mettere al centro il bene della nazione.
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