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ANALISI IRRITUALE DEL VOTO ......

C’è un elemento che rende il risultato delle elezioni europee al tempo stesso banale e straordinario. Lo spunto lo offre la consueta analisi sui flussi elettorali svolta dall’Istituto Cattaneo, che analizzando il travaso dei voti tra le ultime elezioni politiche e quelle europee di domenica ci informa che i due milioni e mezzo di voti che il Pd di Renzi ha preso in più rispetto al Pd di Bersani provengono in grandissima parte da Scelta Civica (crollata da poco meno di 3 milioni a nemmeno 200 mila voti), e solo marginalmente dagli elettori che non hanno più votato le ex componenti del vecchio Pdl (Forza Italia e Fratelli d’Italia) e da quelli che hanno abbandonato 5stelle, visto che i voti che Berlusconi e Grillo hanno perso per strada sono andati ad aumentare l’astensionismo.

Questo elemento, da un lato, svuota, o quantomeno riduce, di significato certe analisi un po’ affrettate, offerte a caldo dalla gran parte dei commentatori, sull’epocalità della vittoria di Renzi, facendo scattare paragoni impropri con De Gasperi e facendo immaginare che finalmente l’Italia è diventata di sinistra. 
Analisi figlie dello choc destato dal fatto che non solo il temuto sorpasso dei pentastellati sul Pd non c’è stato, ma che alla fine il distacco era quasi del doppio. Da qui si è fatto discendere l’idea che chi aveva abbandonato Grillo (3 milioni, più le centinaia di migliaia di nuovi elettori che alla vigilia si ipotizzava lo votassero, portandolo intorno al 30%) si fosse rifugiato in Renzi per la paura della paventata clamorosa vittoria di Grillo. Non è così. Non è la paura di Grillo che ha reso vittorioso Renzi, bensì la speranza. 
Ma attenzione: non genericamente la speranza che questo Governo porti il paese fuori dalla crisi, come lo stesso presidente del Consiglio ha detto. Non che quel tipo di attesa non ci fosse e non ci sia – c’è anche in chi non ha votato per le forze di maggioranza – ma qui si tratta d’altro. Ed è proprio questo “altro” a rendere quella di Renzi una straordinaria opportunità, di quelle da prendere o lasciare (nel senso che non ricapiterà una seconda volta, se questa fosse buttata alle ortiche). E cioè della speranza che Renzi archivi definitivamente il vecchio Pd erede del Pci e dei suoi discendenti, e con esso tutta quella modalità di essere “di sinistra”, racchiusa nell’ostentazione di un senso di superiorità intellettuale e morale che l’intellighenzia ha sempre sbattuto in faccia a chi ha ritenuto antropologicamente “inferiore”.

Questo è, insieme al saper governare bene, quello che quei milioni di elettori “non di sinistra” ma neppure scioccamente destrorsi chiedono a Renzi: rendi votabile il tuo partito, e noi ti daremo la forza elettorale per governare stabilmente il Paese, una forza che non abbiamo dato neppure alla vecchia Dc – se non a quella dell’immediato dopoguerra, la quale seppe farne così buon uso che pur potendo governare da sola volle intelligentemente vicino a sé i partiti laici – né tantomeno al “dividente” Berlusconi. E sì, perché ciò che ha di rivoluzionario il voto di domenica è proprio questo: aver messo nello stesso mazzo progressisti – tranne i radical chic che hanno scelto Tsipras, che è bene stiano per conto loro – e moderati. Non in una coalizione, ma nello stesso partito. È da questo che Renzi deve ripartire, per consolidare questa tendenza che, se non adeguatamente coltivata, potrebbe rivelarsi irripetibile.

Saprà farlo? La modestia, la capacità di ascoltare e riflettere, il rifiuto di ogni populismo, sono gli ingredienti metodologici necessari.

 

Addì, 28 maggio 2014

 

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