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Le tre grandi rivoluzioni da fare

Qui ci vuole un colpo di reni. Le elezioni sono finite, e con esse la necessità di raccogliere consenso con populismo e proclami. Il voto ci consegna un quadro di relativa stabilità politica, insidiata però da una dinamica interna al Pd che contrappone l’euforia renziana al rancore della vecchia guardia, scontro alimentato dal coinvolgimento di esponenti del partito (o ad esso vicini) nelle ultime vicende giudiziarie. La congiuntura economica continua ad emettere bollettini infausti, rendendo improbabile il mantenimento degli impegni presi in Europa. Obblighi che potremmo contestare, se solo avessimo la credibilità da cui deriva la forza necessaria. Insomma, tutto congiura perché dopo la sbornia elettorale, il risveglio sia con l’amaro in bocca. A meno che il beneficiato, Renzi, non si renda conto che è il momento giusto per lanciare il cuore oltre l’ostacolo con un grande piano di rinascita del Paese. Qualcosa che dia il segno di un grande cambiamento di rotta.

Le leve su cui agire sono molte pur sapendo che non si può mettere mano a tutto, e comunque non subito. Ecco allora tre proposte più decisive di altre, e che per la loro portata epocale, possono davvero generare quel cambiamento radicale sulla cui attesa si basa la gran messe di consensi, anche e soprattutto tra i moderati, che Renzi ha saputo conquistare.

La prima è sul terreno della politica economica. L’unica cosa che può rendere veramente compatibili le reali esigenze della nostra economia con quelle dell’Europa, l’unico “sacrificio” che varrebbe davvero la pena di fare e che nello stesso tempo non suonerebbe come punitivo agli italiani, è un gigantesco taglio del debito pubblico con l’uso del patrimonio pubblico e il coinvolgimento di quello privato, liberando spazi anche per una quota di investimenti in conto capitale. Il debito, non il deficit è la vera palla al piede. L’Italia è il quarto più grande debitore sulla faccia della Terra, i nostri 2.200 miliardi rappresentano il 3% del totale mondiale. Soltanto nell’ultimo anno si sono aggiunti 90 miliardi in più e ora viaggia intorno al 135%. Per aggredire il problema alla radice non c’è altro mezzo che giocarsi il patrimonio. Prima di tutto razionalizzare e rendere produttivo l'immenso patrimonio pubblico come è giusto che sia alla luce delle tante promesse mai mantenute. Si tratta di intestare ad una società veicolo da quotare in Borsa gli oltre 600 miliardi di patrimonio pubblico in immobili e terreni che il Tesoro stima siano la parte meglio valorizzabile del totale degli attivi. Una società slegata dai dirigenti e dalle logiche burocratiche statali che mettano sul mercato il patrimonio. La destinazione del ricavato vanga destinata per due terzi a detrazione del debito e un terzo allo sviluppo, facendo investimenti in conto capitale.

La seconda “rivoluzione” riguarda la giustizia. Renzi ascolti le parole usate dal procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio, uno dei magistrati più garantisti che ci siano in circolazione, proprio in occasione dei provvedimenti della cosiddetta “inchiesta Mose”. Non serve una nuova “legge anticorruzione” ma serve semplificazione. Per Nordio, la ricetta giusta è “prevenire il reato semplificando le procedure, diminuire le pene ma renderle più efficaci e concrete, istituire controlli seri, fatti da poche persone, perché molti controlli, inevitabilmente, conducono a porte chiuse. Questo significa una cosa sola: si assuma la responsabilità di fare, finalmente, la riforma della giustizia di cui il paese ha bisogno. Invece, c'è troppa incertezza e molte contraddizioni. Renzi, che si è tenuto due sottosegretari indagati (e ha fatto bene, al di là delle persone) per poi apostrofare come “ladri” degli indagati cui occorre garantire la presunzione di innocenza, ignora che se il processo agli accusati di questi giorni lo si farà tra dieci anni, se l’azione penale si esaurisce nel clamore mediatico degli arresti, finirà per avere sempre ragione chi ruba, nel senso che ne ricava il massimo utile con il minimo danno. Dunque, Renzi, abbia il coraggio di dire parole di verità su un sistema che non funziona e che se non si mette in discussione non potrà mai funzionare. Berlusconi e le sue vicende personali non sono e non possono essere più un alibi.

La terza “rivoluzione” si chiama Assemblea Costituente. Per mettere mano alle riforme istituzionali di cui c’è bisogno, per farlo in modo organico e sganciato dalla lotta politica quotidiana, l’unico sistema è delegare la materia ad un’assemblea che si assuma l’onere di rivedere la Costituzione. Inutile tentare interventi qua e là, che comunque hanno le stesse difficoltà parlamentari di una legge che convochi la massima assise. Renzi dichiari solennemente la necessità di un passaggio storico di questa portata, e si assuma la responsabilità di spiegarlo agli italiani. Che gli crederanno e lo appoggeranno. Tanto più se queste tre rivoluzioni le presenterà tutte insieme. È questo il momento per farlo!

 

Addì, 07 giugno 2014


 

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