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Ora Renzi deve vincere in casa

Un risultato di pareggio in Europa e partita ancora aperta, ma tutta in salita, a Roma, contro un avversario ostico che si chiama “economia”. È questo il bilancio del giugno di Renzi, il mese che separa la sua vittoria elettorale dall’inizio del semestre Ue a presidenza tricolore, che per la politica italiana finirà per essere una sorta di “semestre bianco” in cui tutti gli equilibri interni rimarranno in qualche modo congelati.
Si parte dalla riunione che ha designato Juncker al vertice della commissione Ue. Renzi ha capito che i tedeschi avrebbero puntato sul lussemburghese e si è prontamente allineato, cercando di avere in cambio tre cose: prima di tutto un posto di rilievo per un italiano – sapendo che avere Draghi alla Bce limita le nostre ambizioni – in secondo luogo un impegno di condivisione piena del problema immigrazione da parte di tutta l’Europa e infine una disponibilità a riequilibrare le attuali politiche di contenimento di deficit e debito con quelle, finora mancanti, di sviluppo.
Ora, sul primo obiettivo i giochi sono ancora in corso, visto che le nomine saranno formalizzate a metà luglio e quindi ci sono ancora due settimane di attività politico-diplomatica da svolgere.
Mogherini a capo della politica estera europea? Considerato che quest’ultima non esiste, sarebbe un’ottima chance se chi dovesse ricoprire quel ruolo, finora solo formale, avesse le qualità da statista necessarie per creare una posizione europea sui diversi dossier mondiali. Ma, appunto, occorre qualcosa di più di un ministro volonteroso. Se invece altre saranno le carte pescate nel mazzo, tipo un qualche ruolo di commissario (come lo era Tajani), allora sarà importante giocare il nome giusto per il posto giusto, evitando la tentazione di decidere sulla base di convenienze interne, come quella di liberare qualche casella nell’esecutivo, magari da cogliersi come occasione per un più largo rimpasto. Vedremo. Il secondo obiettivo è rimasto lettera morta.
Come dimostra il fatto che nell’ultima bozza di conclusioni del vertice europeo è scomparso il cosiddetto “mutuo riconoscimento” delle decisioni sull’asilo, punto fortemente voluto dall’Italia, che peraltro in precedenza veniva indicato genericamente come “nuovo passo futuro” e poi addirittura declassato, su pressione dei paesi nordici, a “possibilità da esplorare”.
Mentre sul terzo punto, quello considerato a ragione maggiormente decisivo, ciò che abbiamo spuntato appare assai poco di sostanza. Sì, c’è un accordo sulla necessità di ricorrere alla flessibilità nella gestione dei conti pubblici per rilanciare crescita e occupazione, ma pur sempre dentro il perimetro dei patti fin qui vigenti. Non sarà l’ennesima vittoria della Merkel di cui i nemici di Renzi parlano, ma neppure la tanto sbandierata “svolta” nella politica economica continentale.
Anzi, l’Europa a “due velocità” tirata fuori dalla Merkel con l’apparente intento di offrire un ramoscello d’ulivo a Cameron dopo lo schiaffo su Juncker, rischia di essere per noi un pericolo se non addirittura una fregatura conclamata. D’altra parte, lo stesso presidente del Consiglio ha definito il vertice “tosto e complicato”, a testimonianza che il quadro europeo è ben più complesso della solita semplificazione che si tende a fare nell’italico dibattito da pollaio. E che i proclami non sono fattive soluzioni ai problemi. Schema che tocca applicare anche alle cose di casa. Si prenda il confronto tra le stime della Confindustria e quelle del governo sulla crescita economica di quest’anno: 0,2% contro 0,8%. In termini statistici la distanza è grande: un rapporto di uno a quattro.
La valutazione è che l’economia italiana è uscita dalla recessione per entrare in una fase di stagnazione. Poi, ovviamente, è meglio crescere dello 0,8% che dello 0,2%, e nel primo caso è più facile immaginare di avere la ripresa un pochettino più a portata di mano rispetto al secondo, ma niente di più.
Insomma, in entrambi i casi possiamo dire che abbiamo scongiurato il baratro ma non possiamo considerarci fuori dal tunnel, e rispetto alla politica mordi e fuggi fin qui praticata per entrare in una fase di ripresa vera e duratura occorre fare ben altri passi.
Dunque, bisogna evitare inutili dibattiti e chiedere invece cosa si può e deve fare, sia in Europa che in casa, per rimontare il declino. Un punto di leva, che va riconosciuto a Renzi come suo principale merito, c'è e va usato: la fiducia. Renzi ha indubbiamente riacceso la speranza, specie tra gli imprenditori, che è ingrediente fondamentale per rimettere il paese sulla via della crescita.
Solo che gli effetti, in termini macro, sono ancora molto labili, e tali resteranno se questa fiducia “sulla carta” non riceverà iniezioni di cemento armato, sotto forma sia di traduzione in atti di quelle intenzioni che hanno costituito l’impasto con cui si è costruito l’effetto fiducia stesso, sia di progetti riformatori meno mediatici e più solidi. Insomma, quel grande piano Marshall di cui si parla da tanto (troppo) tempo. 

 

Addì, 28 giugno 2014

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