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Il debito va aggredito

Sul delicatissimo tema del debito pubblico e del suo possibile consolidamento il Governo rappresenta all’esterno le evidenti divergenze che ci sono al suo interno.

Distratti dalle performance europee di Renzi non si è fatto caso a ciò che, in un’intervista al Corriere, ha dichiarato Graziano Delrio: per la prima volta, un esponente del Governo italiano prende in considerazione l’ipotesi di un default del debito, stile Argentina o Grecia, aggiungendo che “deciderà il Presidente del Consiglio”. 
Ora, Delrio non è uno qualsiasi, trattasi di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, l’uomo fidato che Renzi avrebbe voluto all’Economia come suo braccio armato se il Quirinale non gli avesse pressantemente suggerito Padoan. Quelle sue parole hanno un peso, devono avere il peso che meritano. 
Non si può far finta di niente. Così come va valutata la proposta dello stesso Delrio di mutualizzazione del debito attraverso futuribili “euro union bonds”, la quale, prima ancora di incassare i prevedibili dinieghi tedeschi, è stata stoppata proprio dal ministro Padoan.

Delrio è stato improvvido ma ha il merito di avere sdoganato una questione che altrimenti sarebbe rimasta sottotraccia dopo il cambio di “umore” che Renzi, dopo Monti e Letta, ha voluto imporre al Paese. 
Cambio utile per riacquistare un po’ della fiducia perduta, ma pericoloso se ha come prezzo l’occultamento dei problemi. E che il debito pubblico sia “il problema italiano” lo dimostra il fatto che continua ininterrottamente a crescere, avendo più che sfondato i 2100 miliardi e la quota del 135% del pil, con 82 miliardi di interessi da pagare e soprattutto che il Fiscal Compact, operativo dal 2015, ci costringerà a svenarci per far fronte agli impegni stringenti che prevede.

Se sarà confermato il pareggio di bilancio l’anno prossimo, considerato che la crescita nel migliore dei casi sarà la metà di quella prevista dal governo (0,4% anziché 0,8%), è prevedibile la necessità di una manovra correttiva in autunno di almeno 25 miliardi, cui si aggiungono altri 17 miliardi come effetto della deflazione sul debito. Poi scattano gli obblighi di riduzione dello stock di debito per portarci entro il 2019 intorno al 121% del pil. Per farcela senza interventi straordinari, bisogna avere un avanzo primario del 4,6%, il triplo dell’attuale e il doppio di quello che c'era negli anni delle vacche grasse. 
Oppure di togliere il peso di oltre 200 miliardi in un colpo solo. Ecco perché l’uscita di Delrio ha non poco significato. 
Certo la strada giusta non è il brutale consolidamento. E neppure la “ricetta” del Fondo Monetario (riscadenzare, pur senza cambiare la remunerazione offerta), che pure sarebbe meno peggio. Né, purtroppo, è percorribile la strada, buona ma futuribile, degli eurobond.

L'unica ristrutturazione possibile è quella del conferimento del patrimonio mobiliare e immobiliare pubblico (stimato dal Tesoro 600-800 miliardi per la parte più facilmente valorizzabile) a una società ad hoc da quotare in Borsa, con il contributo del patrimonio privato, in modo progressivo e oltre una certa soglia. Forse, anziché lanciarsi messaggi via stampa o inscenare presunte battaglie di principio in Europa, converrebbe mettersi a studiare le diverse modalità pratiche di questa idea. 
Ci sono fior di economisti che ne hanno parlato e si sono documentati e che, gratis, farebbero volentieri una consulenza al presidente Renzi e al sottosegretario Delrio.

 

Addì, 05 luglio 2014

 

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