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La fiducia aumenta ma l'economia peggiora

Un conto è vedere il bicchiere mezzo pieno, un altro è raccontare agli assetati una disponibilità d’acqua che non c’è. Con il suo arrivo a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha imposto un cambio di umore certamente utile perché gli italiani riacquistino un po’ della speranza perduta negli anni della recessione e dell’ennesima crisi politica di sistema, un po’ di quella fiducia necessaria per far ripartire l’economia e disinnescare pericolose mine sociali. Ma questa salutare sterzata rischia rapidamente di svanire se alimenta illusioni facili a trasformarsi in delusioni.

Per ora questo pericolo non lo corriamo. Il ceto produttivo del Paese ha una voglia matta, quasi disperata, di credere che Renzi a palazzo Chigi rappresenti una buona pezza ad uno strappo politico-istituzionale che rischiava di lacerare irrimediabilmente il tessuto democratico nazionale. Insomma, una soluzione di lungo respiro, un cambio generazionale e di abitudini che consenta all’Italia di compiere la tanto attesa svolta.

C’è nel Paese un generale clima di ottimismo, evidenziato anche dagli indicatori. Per l’Istat, a giugno la fiducia dei consumatori è a 105,7 punti dai 97,5 di febbraio, salendo quindi del’8,4% rispetto al mese di entrata in carica del nuovo governo. Stesso trend anche per gli imprenditori, che per Confindustria non sono mai stati così fiduciosi negli ultimi tre anni, con il relativo indice Istat cresciuto del 16,1% dal giugno 2013. 
E questo nonostante indicatori economici di tutt’altro segno. A cominciare dal pil, che se come tutto fa pensare avrà il segno meno anche nel secondo trimestre, come nel primo, ci farà tornare formalmente in recessione. Una parola che si sperava potesse essere archiviata. A questo si aggiungono le notizie che arrivano dal fronte della finanza pubblica. Il debito pubblico ha abbondantemente superato i 2100 miliardi e il 135% del pil, con 82 miliardi di interessi da pagare a cui si aggiungono altri 17 miliardi come effetto della deflazione sul debito. 
Non solo. Con la crescita che nel migliore dei casi sarà un terzo del +0,8% previsto dal governo, sarà impossibile rispettare i parametri europei, a meno di prevedere una manovra correttiva di almeno 20-25 miliardi.

Eppure, per la narrazione renziana la crisi era finita e la grande conversione a U era già iniziata. Come metterla, quando anche l’ultimo degli italiani si sarà accorto che così non è, o almeno non è ancora? Basterà far credere che si sta combattendo una “guerra santa” contro la Germania e che se qualcosa non va è colpa della Merkel che non ci vuole regalare la famosa “flessibilità”? Qualunque stile comunicativo necessita sempre anche di azioni concrete, di fatti e non solo di immagini e parole. Prima o poi le carte si girano.

Si dirà: è per questo che Renzi stringe i tempi sulle riforme. In particolare quelle che riguardano il Senato e la legge elettorale. Vero. Ma a “remare contro” ci sono due questioni di non poco conto. La prima è che, fino ad oggi, le slide con i vari progetti di riforma presentati da Renzi o sono rimaste puri annunci senza che nulla di concreto sia stato fatto oppure hanno dato vita a provvedimenti mozzi e incompleti (rimborso dei debiti della Pubblica Amministrazione e spending review). 
Mentre la seconda, è che in alcuni casi si è passati da un estremo all’altro, per cui dopo tanto immobilismo l’importante è stato fare, anche a prescindere dal merito di cosa si fa, come si è visto sull’abolizione delle Province o sui provvedimenti retroattivi di politica economica. E ancor più gravemente di così rischia di essere l’intervento sul Senato e quello sulle modalità elettorali, avviate ad essere decisamente peggiori di quelle previste dal bocciato porcellum.

Con un po’ di ottimismo della volontà si potrebbe dire che si tratta di errori compiuti nei primi 100 giorni di un governo privo di esperienza. Ma il pessimismo della ragione suggerisce di valutare che in ogni modo non si può sottovalutare il fatto che le iniziative del Governo appaiano slegate tra di loro, prive di quelle idea-forze che sono le sole in grado di cambiare a fondo una società, specie se da troppi anni essa è priva di leadership sorrette da una visione strategica di dove s’intende andare.

Una cosa è certa: non sarà la scorciatoia delle elezioni anticipate a risolvere questa complicata equazione tra fiducia crescente e risultati deludenti.

 

Addì, 13 luglio 2014

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