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L'ECONOMIA NON RISPONDE A RENZI

Non ci siamo. La scossa che il Paese attendeva non è arrivata, e ora tutto sembra ancor di più in salita. Il ministro Padoan, comunica che la ripresa è lenta e oppone un “no comment” all’ipotesi di una manovra correttiva dei conti pubblici, che poi un po’ penosamente è costretto a trasformare in un “no, non c’è nessuna manovra in arrivo”. Al presidente di Confindustria Squinzi, scappa detto che “il tempo per riforme concrete, profonde, incisive, a 360 gradi, è ormai agli sgoccioli”, che è un modo per manifestare scontento per quanto fin qui non c’è stato.

Può essere che l’Istat fra poco comunichi che nel secondo trimestre il pil abbia fatto +0,2% anziché quel -0,1% che sommando all’analogo risultato dei primi tre mesi ci avrebbe riportato in recessione ma è dal fronte della produzione industriale che giungono i segnali maggiormente preoccupanti. Per maggio l’Istat ha già certificato il peggior risultato da novembre 2012, con un calo dell’1,2% su aprile e dell’1,8% sull’anno precedente. 
Considerato che nel primo trimestre la caduta era stata dello 0,9% e pur mettendo in conto che per giugno Confindustria stima un aumento dello 0,7% su maggio, è plausibile che nel secondo trimestre si arrivi ad un ulteriore riduzione dello 0,5% sul precedente, e che dunque questa dinamica metta a rischio la possibilità di un recupero, seppure marginale, del pil nella prima metà dell’anno. 
È ormai evidente, quindi, che gli otto decimi di punto di crescita previsti nel Def dal governo sono una chimera. Insomma, c’è da essere preoccupati, molto preoccupati. E non solo perché tutti i dati economici sono talmente negativi da spezzare i sogni di ripresa anche dei più inguaribili ottimisti ma soprattutto perché, mentre la positiva congiuntura internazionale a cui ci siamo aggrappati in questi mesi sembra volgere al termine, rischiamo che la speculazione finanziaria torni a colpirci.

In questo quadro, l’unica chance che abbiamo è sparigliare il gioco. Come? Certamente non tirando la giacca a Bruxelles e a Berlino per ottenere qualche margine di manovra in più, come, per esempio, usare i fondi Ue inutilizzati (nel 2013 ne abbiamo usati solo poco più della metà di quelli di cui avevamo diritto, ultimi in classifica insieme con la Romania). No, qui dobbiamo mettere in campo una doppia manovra. 
Da un lato, l’operazione straordinaria sul patrimonio pubblico di cui si parla ormai da troppo tempo e che anche Delrio ultimamente ha evocato finalizzata sia all’abbattimento una tantum di una fetta di debito sia all’acquisizione di risorse per fare investimenti pubblici e favorire quelli privati abbassando le tasse sulle imprese e sul lavoro.

Dall’altro, un piano industriale nazionale che ci consenta di incrementare la quota sul pil del manifatturiero e dei servizi ad alto valore aggiunto ad esso connessi, e di portare dal 30% al 50%, come la Germania, la quota di export sul pil. Gli strumenti sono ormai individuati, riassumibili nella magica parola “riforme strutturali”. 
La crisi non si supera dal lato della domanda ma agendo da quello dell’offerta, che deve essere ripensata partendo dal presupposto che essa deve soddisfare i consumatori del mondo e non più soltanto quelli italiani. 
Si tratta di rimuovere le cause di contesto che frenano lo sviluppo, specie quelle che hanno a che fare con la pubblica amministrazione e il mercato del lavoro, così come di favorire il ridisegno di interi settori e la moderna infrastrutturazione, materiale e immateriale, del Paese. Attendiamo segnali. Anche a Ferragosto.

 

Addì, 19 luglio 2014


 

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