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Nubi dense all'orizzonte

Esiste il partito del “meglio non cambiare niente” e quello del “chi cambia è un dittatore”. Il primo non si può condividerlo tantomeno il secondo, zeppo di giustizialisti. Ma questo non vuol dire che si debba per forza aderire, nel merito, alle riforme messe in campo dal governo. E quelle che vuole approvare non sono accettabili. 
Non quella del Senato, visto che per affrontare un problema vero e serio – la lentezza del lavoro legislativo per effetto del bicameralismo perfetto – risolvibile sdoppiando le funzioni delle due camere, in modo da raddoppiare la loro produttività, si finisce per inventarsi un Senato a rappresentanza regionale. Un paese normale non tollera né quelli che sono contro per definizione né quelli che pretendono di farsi promuovere per il solo fatto che fanno senza che si possa entrare nel merito e di quello parlar, perché il solo voler discutere significa farsi etichettare come “conservatore disfattista”.

Stesso discorso per la legge elettorale, che pure sembra passata in secondo piano: legge pessima e sconclusionata.

Ma c’è anche un motivo più squisitamente politico per cui non piace questa stucchevole contrapposizione tra conservatori e rottamatori che hanno in comune l’abitudine di prescindere dai contenuti: trattasi di illusione ottica. In realtà le parti in campo sono rovesciate: chi vuole cambiare ha in testa non le riforme ma le elezioni, e chi frena e contesta vuole che il governo non cada e che la legislatura continui. 
Per questo il Capo dello Stato ripete fino all’ossessione che le riforme vanno fatte per ricondurre a più miti consigli i barricadieri di entrambi i fronti. Vorrebbe evitare lo scioglimento delle Camere, e capisce che più è alto il livello dello scontro e più Renzi ne può approfittare per rendersi vittima agli occhi dell’opinione pubblica ed essere legittimato di reclamare il voto. 
In nome di cosa? Ma per regolare i conti con quell’insopportabile pastone che somma il vecchio, la conservazione, i gufi pessimisti e disfattisti, e rendere finalmente governabile il Paese. La stessa tecnica usata da Berlusconi a più riprese negli anni passati: non mi fanno governare, datemi i voti che mi consentano di avere la maggioranza assoluta. Peccato, però, che poi le cose non funzionino così.

Si prenda l’economia e si valuti il dibattito che fin qui c’è stato: Renzi che mostra il suo iper attivismo e definisce “gufi” quelli che si permettono di obiettare. L’Italia non è affatto uscita dalla crisi e le ricette di politica economica fin qui praticate si sono rivelate nello stesso tempo sbagliate e limitate. 
Se la crescita del pil, come prevedono ormai tutti, dalla Banca d’Italia alla Confindustria passando per l’Fmi, sarà ben che vada appena un quarto di quell’asfittico 0,8% previsto dal governo, si dovrà inevitabilmente mettere mano ad una manovra correttiva a dir poco sgradevole e ancor più recessiva. Si cercherà di dare la colpa alla Germania ma questo non eviterà di dover fare i conti con le conseguenze di errori previsionali, figli della demagogia populista.

I nodi verranno al pettine, e ben prima delle eventuali riforme istituzionali. Dunque, non saranno certo le elezioni a salvarci. Né tantomeno i presunti vantaggi derivanti dall’assoluzione del capo della (finta) opposizione, che i giornali hanno fantasiosamente descritto in questi giorni. Anzi, c'è da scommettere che Berlusconi d’ora in avanti cambierà strategia nei confronti di Renzi.

 

Addì, 26 luglio 2014


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