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L'Italia é in recessione ma si può fare ancora peggio ....

Della ripresa non c’è neppure l’ombra, anzi siamo tornati in recessione. Gli 80 euro non si sono tramutati in consumi dimostrando che quella non era la misura giusta (se non ai fini elettorali) per far riprendere la nostra economia. L’export non è bastato, intestato com’è a solo 12-15 mila imprese, e la crescita si fa solo con gli investimenti. Dire che siamo in recessione perché si è fermata la Germania è solo un alibi: il crollo dell’export è stato con i paesi extra-Ue.

Chi ha sbagliato previsioni e scenari dovrebbe avere la franchezza di ammetterlo. E, soprattutto, che non diventasse recidivo. E sì, perché tra Renzi e Padoan non solo autocritica saltami addosso – abbiamo fatto tutto bene, la ripresa è lenta (veramente è la recessione ad essere svelta) ma se perseveriamo arriverà – ma pure giurano che “non c’è bisogno di fare alcuna manovra correttiva”. Sicuri? Pare improbabile che, con il pil che scende al denominatore (tre decimi di punto nel primo semestre), il deficit programmato nel Def al 2,6% non sia da ricalcolare. Starà comunque entro il 3%? Forse, ma è certo che l’Ue non farà sconti e visto che non ha concesso di far slittare il pareggio di bilancio dal 2015 al 2016 potrebbe chiedere di cominciare a limare fin d’ora. Inoltre molti dei provvedimenti del governo, a cominciare dagli 80 euro, sono assolutamente privi di reale copertura – se non si vuole usare la solita presa in giro dei proventi derivanti dalla lotta all’evasione e dalla spending review – e da qualche parte dovranno pur saltar fuori, e i margini di manovra sono stretti, come ha palesato la vicenda dei ”quota 96” in cui la maggioranza ha dovuto rimangiarsi quanto promesso. Se infine gli interessi sul debito costeranno altri 17 miliardi, si capisce come l’intervento correttivo dei conti pubblici – per almeno una ventina di miliardi – è una necessità. Anzi, rimandare a domani quello che andrebbe fatto oggi provocherà solamente l’acutizzarsi dei problemi e la necessità di intervenire ancor più pesantemente in futuro. La manovra andrà fatta. A meno che…

Ecco, c’è un solo modo per evitare i soliti tagli lineari e le solite tasse più o meno occulte: cambiare completamente registro. Sì, dotarsi di coraggio e dare la scossa che serve al Paese attraverso una tripla azione di governo. Da un lato, un’operazione straordinaria sul patrimonio pubblico finalizzata sia all’abbattimento dello stock di debito che a rilanciare gli investimenti pubblici e favorire quelli privati, abbassando le tasse sulle imprese e sul lavoro. Dall’altro, come ha suggerito il viceministro Calenda, un piano industriale nazionale che consenta di incrementare la quota sul pil del manifatturiero e dei servizi ad alto valore aggiunto. Infine, avviare riforme strutturali – vere – che siano in grado di tagliare di 7-8 punti sul pil quella spesa pubblica che nel 2014 arriverà a superare gli 825 miliardi, 16 in più di quanto programmato e il 7,8% in più del 2013. Si tratta di politiche impegnative, faticose ma da farsi, altrimenti l’esito è già scritto.

 

Addì, 08 agosto 2014

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