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Un "piano marshall" per l'economia

I tagli lineari sono lo strumento della Seconda Repubblica, così come l’aumento delle accise su benzina e sigarette lo erano per quelli della Prima. Quando un governo non ha una politica economica e, dopo aver raccontato favole ai cittadini, è costretto a fare i conti con la dura realtà del bilancio dello Stato. Se adesso, come sembra, si dovesse cadere all’inferno del 3% di spese date alla patria da ciascun ministero, saremmo di fronte all’ennesima occasione perduta.

Peccato, perché sembra finalmente diventato interessante il dibattito che si è aperto in queste ore sul “renzismo”, di fronte al rapido cambio di umore che si sta registrando sulla figura del presidente del Consiglio. Ma per essere anche utile, questo confronto necessita di una messa a punto. Partendo dalla diversità, apparentemente abissale, tra le risposte date da Renzi a Roberto Napoletano, in una bella intervista sul Sole 24 Ore, e quelle del sindaco renziano di Firenze, Nardella, al Foglio, si è definito populista l’approccio di Renzi, contrapponendolo all’altro, rigoroso fino a rischiare di essere impopolare.
Più passa il tempo e più ci convinciamo che non stia qui il vero limite di Renzi  perché ci sono ragioni che militano dalla sua parte quando sostiene che non c’è scritto da nessuna parte che occorra governare “contro” o “nonostante” i cittadini. È la politica che deve avere la supremazia, e la politica, in democrazia, richiede necessariamente il consenso.

Detto questo, però, la vera questione riguarda le basi su cui si costruisce il consenso. Esso deve essere il mezzo con cui attuare il proprio progetto di società e non il fine al cui ottenimento tutto piegare. Dunque, l’analisi del cosiddetto “renzismo” è utile nella misura in cui si focalizza sul progetto e, soprattutto, sugli strumenti con cui realizzarlo.
Ed è qui che casca l’asino! Perché una serie di promesse politicamente rilevanti di cui Renzi si è fatto portatore e che in una certa misura ha imposto, non hanno generato, almeno finora, un progetto organico con cui identificarlo. E non ci riferiamo tanto al vituperato “effetto annuncio”, quanto alla miccia corta del pensiero strategico, all’indifferenza verso i contenuti dei dossier e alla scarsa (per non dire inesistente) propensione all’uso di squadre di lavoro che preparino i dossier e di interlocutori d’esperienza e di pensiero con cui confrontarsi dialetticamente.
Così come assai poco costruttivo è anche il metodo di lavoro e la modalità organizzativa del governo Renzi. Il caos che regna nella struttura dirigenziale di palazzo Chigi, l’abitudine a non scrivere le leggi in via definitiva prima della loro approvazione, la cronica mancanza delle norme attuative, l’inevitabile chiusura a riccio della burocrazia ministeriale,  sono tutti segnali di una non capacità di tradurre le scelte in norme operative.
È vero che il duo Monti-Letta aveva lasciato in eredità la mostruosa cifra di 899 decreti non attuati e che ora si sono ridotti a 528, ma nel frattempo se ne sono aggiunti 171 della gestione Renzi, e il numero di 699 complessivi è ancora indecentemente alto.

Quando si vuole rottamare un sistema, anche se già collassato occorre avere idee, uomini, metodo e strumenti alternativi. Renzi cerchi pure il consenso – magari risparmiandoci sceneggiate come quella del gelato, che peraltro il consenso glielo fanno calare – ma si convinca che a questo vuoto deve pensarci e subito. Occorre far fare un salto di dimensione strategica all’azione del governo: convocazione dell’Assemblea Costituente per le riforme istituzionali; “piano Marshall” per l’economia, partendo proprio da quell’intervento sul patrimonio pubblico che nell’intervista al Sole 24 Ore il premier nega di voler mettere in atto.
Se Renzi farà la coraggiosa scelta di rottamare i primi mesi del suo governo cambiando radicalmente scenario, allora coniugherà il consenso con la capacità di governare, mettendo così a frutto la sua “indispensabilità politica”. Altrimenti sarà peggio per lui. Ma anche per l’Italia, purtroppo.

 

Addi, 07 settembre 2014

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