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L'opposizione spiana la strada verso le elezioni!

Peccato che la crisi economica sia ancora tra i piedi e distolga attenzione alla nuova fase politica che stiamo vivendo, a cui dovremmo dedicare maggiore attenzione per dirigerla nella giusta direzione. Perché mentre il governo Monti e quello Letta rappresentavano una sostanziale continuità del vecchio sistema paese nato nel 1994 sulle ceneri della Prima Repubblica quello di Renzi, invece, è un esecutivo che ha già marcato una discontinuità destinata a lasciare il segno, anche al di là del destino personale del giovane premier. Renzi, infatti, ha posto le basi per il superamento della divisione tra sinistra e destra, vuoi per aver cancellato vecchie incrostazioni ideologiche, vuoi per aver occupato uno spazio centrale nella geografia politica, coniugando pragmatismo e populismo.

Un binomio questo, della centralità e dell’indispensabilità, che rende Renzi l'unica alternativa nella realtà politica e nell’immaginario degli italiani. È certo che l’Italia di oggi è difficile  voglia e possa tornare indietro. Lo si capisce guardando il brutto film delle fumate nere, in un parlamento che ogni giorno di più somiglia ad un pozzo nero,  per le nomine di due membri della Corte Costituzionale, o ascoltando il tam tam delle accuse a Renzi da parte della vecchia nomenclatura comunista (D’Alema, Bersani) e democristiana (Bindi), che non ha più, né mai più avrà, il consenso necessario per dare credibilità a critiche anche fondate.

Il peggio, questa opposizione frustrata, lo sta dando nella discussione sulla riforma del lavoro e in particolare sulla cancellazione dell’articolo 18. “Uno scalpo per i falchi della Ue”, ha definito Susanna Camusso la scelta di Renzi, credendo così di colpirlo al cuore. In realtà la Camusso gli sta facendo un grande favore. Sì, il pensionamento del vecchio Statuto dei lavoratori sarebbe agli occhi dell’Europa la certificazione di quella credibilità politica che serve al premier per evitare che gli venga chiesta entro fine anno una manovra correttiva. Non che la riforma del lavoro comporti riduzioni del deficit, ma consentirà a Renzi e Padoan di dire in Europa: vedete che stiamo facendo sul serio realizzando una riforma del lavoro di cui si parla inutilmente da 15 anni . 

Non solo. Se è vero che il premier intenda andare al più presto alle elezioni anticipate (marzo), pare evidente che chi si straccia le vesti per il tabù infranto dell’articolo 18 e chi fa il franco tiratore in parlamento per impallinare Violante spiana la strada a Renzi, offrendogli l’occasione per far saltare il banco e andare alle urne, per di più potendo dire agli italiani che la sua testa è stata fatta saltare dai comunisti e dai rottamati contrari ai suoi progetti di modernizzazione del Paese. Viceversa, se la riforma passa e Renzi prosegue nel suo percorso dei “mille giorni” ecco che questo governo segnerebbe un punto pesante a suo favore, sia per aver dimostrato in Europa che è credibile sia perché metterebbe a tacere coloro che in questi mesi si sono lamentati dei tanti annunci e delle poche decisioni prese e portate fino in fondo.

Insomma, Renzi, piaccia o non piaccia, conferma la sua “indispensabilità" agli occhi degli elettori ma anche agli interlocutori internazionali. Però con un doppio ammonimento per lui. Il primo è: occhio alle elezioni anticipate anche ammesso che il Quirinale dia il via libera, perché si rischierebbe un ulteriore rinvio di quella svolta in economia di cui l’Italia ha assoluto bisogno. Il secondo “avviso di pericolo” è: se la riforma del lavoro passa e il governo prosegue, non si pensi che basti abolire l’articolo 18 per far ripartire l’economia!

Addì, 21 settembre 2014

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