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Per ridare credibilità al Paese

Da 20 a 36 miliardi in poche ore: di questi tempi la dimensione non fa automaticamente la qualità della manovra ma contano i dettagli e quelli ancora non si conosconoo per poter dare un giudizio serio. E non è solo una questione di coperture che naturalmente più i numeri sono grandi più diventano complicate. No, il tema è capire l’efficacia di alcune voci della manovra per misurarne gli effetti sull’unica cosa che conta davvero in questo momento, e cioè la ripresa dell’economia. Pur andando nella giusta direzione, sono sufficienti gli sgravi Irap e le decontribuzioni per le nuove assunzioni per spingere gli investimenti privati? La conferma degli 80 euro e l’eventualità del Tfr in busta paga sono provvedimenti che possono far ripartire i consumi interni? Ma, soprattutto, la domanda è: visto che dei 36 miliardi 11 sono già esplicitamente a carico del deficit stiamo spendendo bene i soldi? La risposta di merito verrà più avanti ma francamente è lecito dubitare che il tutto sia sufficiente.

 

E già, perché un po’ tutti gli osservatori hanno sottolineato il reciproca “vaffa” con le Regioni e immaginato lo scontro con la Commissione Europea, la Merkel e la Buba. Renzi, si sa, ha nella tattica di “un nemico al giorno toglie i problemi di torno” uno dei suoi cavalli di battaglia. Ma il vero pericolo viene da un nemico che non conviene mai sfidare: i mercati finanziari. Sia chiaro, le Borse non sono crollate negli ultimi giorni per colpa del governo di Roma, né gli spread sono schizzati dopo aver visto la manovra di Renzi. Ma una cosa è sicura: quel clima positivo verso l’Italia che si era manifestato qualche mese fa è completamente cambiato. E non sarà questa manovra a far cambiare opinione a chi sta nuovamente valutando se scommettere sulla tenuta dei debiti sovrani dei paesi europei più deboli, dalla Greci all’Italia, e dell’eurosistema nel suo insieme. E non perché sarà giudicata sbagliata o eccessiva ma perché scarsa. È inutile sfidare l’Europa e i suoi vincoli di bilancio per fare un po’ di deficit in più se poi quella maggiore esposizione non produce pil perché è insufficiente e mal utilizzata, cioè non induce nuovi investimenti, che sono l’unica leva che può risollevare la crescita.

 

L'Europa dovrebbe far sapere al mondo finanziario internazionale che l’Italia ha intenzione di sforare sul deficit – anche molto di più degli 11 miliardi previsti dalla manovra – non perché non voglia pagare il prezzo politico di tagli e riforme impopolari, ma perché ha un piano per rilanciare l’economia a sostegno del quale servono ingenti risorse. Che compenserà queste minori entrate e maggiori uscite con un massiccio intervento di riduzione una tantum del debito pubblico. Come? Sia con alcune riforme capaci di ridurre in modo strutturale il perimetro della spesa pubblica, prima tra le quali la semplificazione del decentramento amministrativo e la riconduzione della sanità allo Stato centrale, sia con un’operazione straordinaria sul patrimonio pubblico.

 

Una manovra di portata epocale – questa sì – che avrebbe il duplice effetto di ridare la credibilità perduta al Paese e alle sue istituzioni in sede europea, e di calmierare i mercati togliendo loro dalle mani gli strumenti della speculazione finanziaria contro i nostri titoli del debito e contro l’euro e che consentirebbe meglio di ogni altra cosa di tenere lontana la troika, il cui spettro è tornato in queste ore ad aleggiare su palazzo Chigi.

 

Addì, 18 ottobre 2014

 

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