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A rischio è la tenuta sociale


Se una società fosse sana, il governo e i politici non avrebbero bisogno di sondaggi per sapere cosa pensa. Quindi oggi non diamo peso al calo della fiducia che gli italiani avrebbero nei confronti del presidente del Consiglio e del suo governo. Piuttosto, guardiamo ai risultati delle prossime elezioni in Calabria ed Emilia-Romagna: politicamente parlando, il voto è cosa più seria dei sondaggi. 
Tuttavia una cosa va detta: la capacità di tenere con efficacia la scena mediatica come fa Renzi alla lunga non basta, occorrono risultati concreti e nel caso italiano, è inevitabile che il risultato vero su cui questo governo è misurato, è la fine della recessione e l’inizio della ripresa economica ed è indiscutibile che non sia stato raggunto, neppure parzialmente. 
Per questo, se davvero il consenso per Renzi fosse in fase di diminuzione, non ci sarebbe di che stupirsi. Prima o poi le carte si girano, e non c’è chiacchiera o polemica che tenga. Anzi.

È evidente che tra le parole d’ordine della Leopolda e quelle del duo Camusso-Landini la gran parte dei cittadini, stanno dalla parte di Renzi. E fintanto che la fiamma della speranza che Matteo aveva saputo abilmente accendere e alimentare ardeva, quelle polemiche suonavano come musica alle orecchie di chi tifava per il giovane rottamatore: cambiamento e modernità contro conservazione e residuati ideologici. Ma appena la fiamma si fa fiammella, qualche dubbio s’insinua e i risultati che tardano fanno dubitare, stanca, irrita. 
Può darsi che abbia motivazioni meno limpide, ma il passaggio di campo della Uil dall’area moderata con Cisl a quella con Cgil è la spia di un malessere che segnala che il clima politico è cambiato.

Il cambiamento del clima politico mette in luce i pericoli di questo “calo di tensione” e non tanto perché non essendoci per ora un’alternativa, la crisi di Renzi e del renzismo creerebbe un vuoto incolmabile o, peggio, riempibile di qualsiasi pericolosa avventura. Sia chiaro che il populismo  è in agguato e fa presto a trasformarsi in avventurismo. 
Ma è anche vero che la politica deve vivere di alternative, e che queste si creano più facilmente allorquando chi è al potere si mostra alla corda. La preoccupazione è che il Paese non ce la faccia a sopportare un’ulteriore fase di stagnazione recessiva con una fuga dagli investimenti – unico strumento efficace per farci uscire dal pantano – e una perdurante contrazione dei consumi. 
C’è da invertire la tendenza, ma più si diffonde la sensazione che neppure Renzi sia in grado di farlo, più la depressione si aggrava. E più depressione significa né investimenti né consumi, e così la crisi si alimenta fino a far sembrare lo sciopero generale sì uno stanco e inutile rituale, ma anche uno sfogo per tanti versi comprensibile.

Ed è qui che Renzi si gioca il tutto per tutto. Se rimane fermo, se ripete all’infinito lo schema del “un nemico al giorno”, se rende palese che gioca le sue carte solo sul terreno della politica, se con l’Europa recita la parte del cane che abbaia e non morde, allora sarà spacciato e il tema politico per il Paese sarà quello di trovargli un successore. 
Se, al contrario, cambierà le carte e calerà un poker fatto di riforme istituzionali affidate ad un’Assemblea Costituente, un piano Marshall per l’economia basato sul recupero di risorse straordinarie da usare per ridurre il debito pubblico e alimentare un grande piano di investimenti pubblici e abbattimento della pressione fiscale, un piano d’emergenza per la messa in sicurezza del territorio e la valorizzazione delle risorse artistiche e ambientali, ecco allora potrà tornare ad avere la fiducia degli italiani e a vincere la scommessa di non essere una meteora. Ma il tempo stringe. 

 

Addì, 22 novembre 2014

 

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