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Un altro anno buttato

 

E' stato buttato via un altro anno. Il declino del Paese è iniziato nei primi anni Novanta, con il ben servito della prima Repubblica. Da quel momento il piano dal quale si è cominciato a scivolare si è fatto sempre più inclinato, dirigendosi verso il baratro quando la crisi finanziaria mondiale ha dato la spinta rovinosa. Ora il consuntivo 2014 presenta un calo del pil di mezzo punto con un quarto della capacità produttiva andata distrutta e con la disoccupazione (se si considera anche la cassa integrazione) al 14,2%, pari a 8,6 milioni di persone a cui manca totalmente o parzialmente il lavoro. Non solo. I conti pubblici non sono per niente sistemati nonostante i sacrifici che l’Europa ha imposto visto che il debito pubblico è aumentato sia in valore assoluto (a ottobre era a 2.157,5 miliardi, oltre 11 sotto il record storico di 2.168,75 miliardi toccato a giugno ma ben 90 in più di dicembre 2013 e 168 in più di fine 2012) che in rapporto al pil (oggi è al 133%, un anno fa, con Letta a Palazzo Chigi, era al 128%).

Si dirà: ma un po’ tutti, a cominciare da Confindustria, pronosticano che già nel primo trimestre del nuovo anno registreremo una ripresina, che poi si consoliderà in un +0,5% a fine 2015, per arrivare a fine 2016 a +1,1%. E non c’è previsione per l’anno che si sta per aprire che non sia positiva. Già, ma sono anni che alla vigilia di Natale e Capodanno si afferma che l’anno successivo sarà finalmente quello della svolta. Negli ultimi anni non sono mai mancate le litanie illusorie: “i ristoranti sono pieni”, ha ripetuto alla noia Berlusconi; “l’Italia sta meglio degli altri”, sosteneva Tremonti per tutto il periodo che ha fatto il ministro dell’Economia; “l’anno prossimo arriverà la crescita”, profetizzava Monti a dicembre 2012. E se Letta vedeva “la luce in fondo al tunnel”, Renzi ha subito twittato #lasvoltabuona. Peccato che avessero tutti torto marcio a millantare inesistenti riprese dietro l’angolo.

In tutti i casi, se anche fossero previsioni una volta tanto fondate, ci sarebbe ben poco da “stare sereni”. Purtroppo, non basta mezzo punto di crescita per riguadagnare ciò che è andato perduto. Tanto più dopo che il flusso positivo di capitali stranieri della prima metà del 2014, non solo si è fermato, ma ha invertito la rotta, tornando a scappare dall’Italia senza che le rassicurazioni del ministro Padoan rivolte ai grandi investitori internazionali abbiano fatto effetto.

E sul fronte politico, com’è il consuntivo del 2014? Per molto tempo ci si è sforzati di vedere il bicchiere mezzo pieno, pur senza rinunciare a denunciare i motivi che lo rendevano mezzo vuoto. In fondo, i due governi di emergenza e grande coalizione – quello tecnico di Monti e quello politico di Letta – avevano clamorosamente deluso le aspettative, mostrandosi incapaci di seppellire l’ormai morta seconda Repubblica, quella della stagione del declino. Inoltre la deplorevole sceneggiatura della successione di Napolitano a se stesso, per colpa della vecchia guardia del Pd, faceva riporre nel giovane Renzi molte speranze, anche al netto della brutalità con cui aveva fatto fuori Letta e si era preso il Pd. Ma, almeno fin qui, Renzi non è stato all’altezza delle tante aspettative che ha generato.
La politica economica non è stata efficace. Le riforme istituzionali, oltre ad essere state più annunciate che praticate, non sono quelle giuste, né per metodo (ci vorrebbe l’Assemblea Costituente) né per merito (a cominciare dalla finta scomparsa del Senato). E la nuova legge elettorale, oltre ad essere slittata ben oltre i paletti temporali inizialmente piantati da Renzi, si profila comunque come un pasticcio peggiore della non compianto “porcellum” bocciato dalla Consulta. Della riforma complessiva della giustizia non si vede l’ombra. Così come non si scorge alcun passo concreto nella direzione di un vero riordino del decentramento amministrativo. Il semestre europeo a guida italiana, poi, si chiude senza aver lasciato alcuna traccia (vera, non chiacchiere mediatiche).

Certo, il quadro politico si è stabilizzato, ma anche i ciechi vedono che in occasione della scelta del nuovo Capo dello Stato le fratture esplicite e le fibrillazioni dentro tutte le forze politiche del “patto del Nazareno” in testa, stanno esplodendo, rischiando di trasformare definitivamente il Parlamento in una palude ingovernabile, con lo spread sempre in agguato pronto ad aprire le porte se non alla troika, comunque ad una sorta di commissariamento europeo dell’Italia.

Purtroppo, tutto ciò mette in luce che il Paese continua ad essere in gtrave difficoltà e occorre una svolta vera, radicale e coraggiosa se si vuole davvero uscire dal tunnel della crisi.



Addì, 20 dicembre 2014



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