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Bisogna eludere le provocazioni

Quando prendono il sopravvento le analisi schematiche è il momento di sottrarsi anche a costo di camminare controcorrente. Il riferimento è l’attacco terroristico attuato in Francia ma soprattutto le reazioni che ha suscitato. Per questo sottolineo che “non siamo Charlie”, rivendicando nello stesso tempo il diritto di tutti di esprimersi in qualunque maniera e il diritto di dissentire dal loro modo di comunicare. Per questo non provo fremiti di fronte alla manifestazione di Parigi, piena di evidenti ed esplosive contraddizioni, pur sapendo che manifestare per la libertà è sempre una buona causa. Per questo non sono d’accordo con l’idea di creare una super procura anti-terrorismo italiana, pur non militando certo nel partito dell’inerzia. Per questo penso sia non solo stupido ma anche autolesionistico sospendere Schengen, anche perché gli assassini non erano dei clandestini, ma dei regolari cittadini francesi, figli di seconda generazione della Francia. Per questo non mi piace l’impotenza buonista tanto quanto il richiamo alla guerra, non si sa bene contro chi. Non sono per porgere l’altra guancia, considero insopportabile la retorica del “siamo tutti uguali” e del “perdono sempre e comunque”, ma non per questo vivo con il dito sul grilletto della pistola.

Cercando di ragionare emerge: primo, gli assassini di Parigi sono degli sfigati, intellettualmente sottosviluppati. Nulla di paragonabile alla perfetta regia di un’azione complicata come quella del’11 settembre. Quello era un attentato, questo un volgare omicidio plurimo, privo di alcun supporto logistico, che ha potuto fare vittime per la desolante incapacità e impreparazione delle forze d’intelligence e di sicurezza francesi. L’epilogo della vicenda dimostra il fondamento di questa valutazione e che esce rafforzata dalle rivendicazioni islamiche del gesto, tardive e di maniera. Secondo: è dunque profondamente sbagliato far discendere da quel gesto criminale la conseguenza che l’Occidente – ieri gli Usa, oggi l’Europa – è dentro una guerra, e che non capendolo, rischia di venirne travolto. Anche perché il computo dei morti delle cosiddette guerre islamiche ci dice che la gran parte delle vittime sono inermi seguaci di Maometto. La guerra di religione è nel mondo islamico. Quelle di New York e di Parigi sono azioni dimostrative, simboliche, che non servono a fare un’impossibile guerra all’Occidente, ma a legittimare agli occhi dei fedeli la guerra interna all’Islam, finalizzata alla presa del potere da parte di gruppi che usano il fanatismo come mezzo di conquista.

Si ha a che fare con il terrorismo, questo sì, che bisogna essere capaci di combatterlo con il massimo della durezza. Servono più intelligence e azioni preventive, in casa e fuori. Per farlo c'è bisogno non di inasprire le pene nazionali, ma di esprimere una capacità di coordinamento e condivisione delle informazioni che finora è clamorosamente mancata. Un vuoto che, non a caso, è stato pericolosamente riempito da forze come il Fronte di Marine Le Pen. Rischiando così di passare dall’eccesso di tolleranza all’eccesso di reazione muscolare (verbale).

L’Occidente, che basa la sua forza sulla libertà, sul diritto, sulla civiltà, non combatte una guerra contro il fondamentalismo islamico per il semplice motivo che l’ha già vinta in partenza. È stato sconfitto nazismo, fascismo e comunismo. È stato prodotto un modello di società senza eguali e oggi, circa la metà degli uomini e delle donne del pianeta vivono in democrazie più o meno liberali e/o in regimi economici più o meno di mercato. La crescente pressione migratoria sui confini europei e americani certifica come i luoghi dove viviamo offrano agli occhi di chi sta “nell’altro mondo” possibilità di vita migliori. Le libertà civili sono la peggiore minaccia per regimi che devono fare ricorso alla religione per giustificare la propria legittimità e alla violenza per rinsaldare la propria esistenza. Insomma, non c’è partita.

Dopo la caduta delle torri sembrava dovesse scoppiare la terza guerra mondiale, sono passati 13 anni e non è successo. Dunque, non bisogna farsi prendere la mano dall’emotività che ci godono solo quelli come Salvini. Ci sono molti più problemi “interni” che “esterni”. Immaginare una crociata contro il nemico islamico finirebbe solo con l’alimentare le ragioni del fondamentalismo agli occhi dei popoli islamici e col creare un perfetto alibi alla (crescente) deresponsabilizzazione delle classi dirigenti occidentali. Non caschiamoci.



Addì, 17 gennaio 2015

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