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Meglio il pragmatismo alla furbizia

L'Italia si accinge ad affrontare una di quelle coincidenze che raramente accadono nella storia. Infatti, nella geopolitica mondiale s'intrecciano e si sommano tre questioni che, giocoforza, vedono coinvolto il nostro Paese: la Grecia, l'Ucraina e la Libia. 
La Grecia è soprattutto un problema politico, per molti versi interno alla Germania. Ma il campo di battaglia è quello del debito e degli sconti che Atene chiede non solo per respirare sul piano finanziario ma anche e soprattutto per marcare la discontinuità del governo Tsipras con il precedente, che si era piegato alla troika. E su quel campo c'è anche l'Italia per almeno quattro motivi. 
Primo: perché siamo il paese dell’eurozona che con 2.135 miliardi ha il debito più grande in valore assoluto e il secondo in percentuale sul pil (133%) dopo la Grecia (la Germania è a 2.040 miliardi ma ha 2900 miliardi di pil).  
Secondo: perché la trattativa sulla Grecia ha in palio non solo la tenuta della moneta unica ma anche la tenuta dell’eurosistema e in entrambi i casi la cosa ci riguarda da vicino. 
Terzo: perché in tempi di deflazione la sostenibilità dei debiti pubblici si fa sempre più debole, e se dopo Atene toccasse a Roma sarebbero guai mortali.  
Quarto: perché il governo greco potrebbe scegliere di trovare aiuto nella Russia e di questi tempi non sarebbe cosa di poco conto.  
E qui veniamo alla seconda delle grandi questioni che sono sul tavolo, l’Ucraina. O per meglio dire, la questione Putin. Ci sono tanti buoni motivi per essergli se non alleati, almeno non ostili (a cominciare da quelle energetiche e commerciali) e altrettante per starne alla larga, considerate le mire espansionistiche di stile sovietico che lo animano. L’unica cosa che non si può fare è quella che è stata fatta fin d'ora: oscillare tra l’una e l’altra ipotesi, di volta in volta facendo da sponda ai tedeschi che lo spalleggiano e agli americani che lo contrastano. Meglio invece scegliere una delle due strade con nettezza. 
Ma sarebbe sciocco ragionare senza tener conto della terza questione in ballo, la questione libica e dell’Isis in generale. Forse la questione più spinosa, certamente la più urgente. E qui partiamo con l’handicap perché dichiarare guerra il venerdì con Presidente del Consiglio, Ministro degli Esteri e quello della Difesa che spendono parole più che impegnative, per poi due giorni dopo dire che si è scherzato e richiamare alla calma i guerrafondai (chi?), non è proprio un buon viatico per chi ha l’ambizione di assumere un ruolo da protagonista per meglio tutelare gli interessi nazionali. 
Anche qui, si può discutere se sia meglio scegliere la strada dell’intervento o quella della mediazione. Ma non si può oscillare a ore alterne tra Antonio Martino (interveniamo, e non c’è bisogno di chiedere il permesso all’Onu) e il pacifismo alla Gino Strada. 
Così come non si può decidere da che parte andare senza tener conto degli equilibri in movimento anche su gli altri fronti. Il pragmatismo è un’ottima cosa se poggia su scelte di fondo inequivocabili, altrimenti diventa furbizia levantina. E il nostro Paese, debole sotto ogni punto di vista non si può permettere di fare il furbo. Figuriamoci il bullo.

 

Addì, 21 febbraio 2015

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