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Il caso Mediaset - Rai way

 

È interessante affrontare il tema della parabola politica e imprenditoriale di Silvio Berlusconi alla luce della opas lanciata da Mediaset su Rai Way e i rapporti tra il presidente del Consiglio Renzi e il capo della (presunta) opposizione Berlusconi.

Non è certo che il patto del Nazareno sia saltato per via dell’elezione di Mattarella al Quirinale, o se invece sia vivo. Così come non è dato sapere, nel primo caso, se possa eventualmente rinascere o appartenga definitivamente al passato, e neppure, nel secondo caso, se sia sempre rimasto vivo e vegeto o se sia resuscitato in fretta dopo la parentesi quirinalizia. È probabile che il rapporto Renzi-Berlusconi si sia logorato ma non spezzato, e proprio la vicenda dei ripetitori televisivi porterà maggiore chiarezza. Due cose, però, sono certe: quel patto o serve alla riconciliazione nazionale dopo due decenni di guerra politico-economico-giudiziaria oppure è solo un accordo di potere privato che riguarda l’esclusivo interesse dei contraenti; senza quel patto si va dritti alle elezioni. È sicuro inoltre che dal novembre 2011 in poi Berlusconi sia tornato quello del 1993, quando progettò la famosa “discesa in campo” non per puntare a palazzo Chigi ma per difendere i suoi interessi. “Ci facciamo un drappello di parlamentari”, aveva detto ai suoi fedelissimi preoccupati sia di rimanere “scoperti” sia che il suo discendere in politica potesse portare più guai che vantaggi. Poi le cose sono andate diversamente: Berlusconi ha inaspettatamente vinto le elezioni del 1994 e si è trasformato, credendo davvero di essere non solo un leader ma anche uno statista. Come le cose siano andate è risaputo, quale danno abbia procurato al Paese il bipolarismo. 

In questo quadro è del tutto evidente che Berlusconi è tornato a vestire esclusivamente i panni dell’uomo d’affari e il berlusconismo avviato ad essere consegnato alla storia. E ora l’opas di Mediaset lo certifica. Dopo anni di piatta gestione dell’esistente il gruppo televisivo del Cavaliere si è finalmente mosso. E, saggiamente, ha deciso di farlo sul terreno di quelle infrastrutture di trasmissione che non solo possono godere di buone economie di scala se aggregate – le “torri” Mediaset unite a quelle Rai – ma che potrebbero moltiplicare il loro valore se fossero integrate con quelle delle telecomunicazioni.

Si può immaginare che della fusione Ei Towers-Rai Way si sia parlato nei dialoghi nazareni, già mesi fa, prima che si manifestasse la lacerazione grave del successore di Napolitano che non è un nome di Renzi ma su cui il presidente del Consiglio ha ritenuto di “mettere il cappello sopra” per evitare guai peggiori. Ora, forse, i tempi del lancio dell’offerta borsistica non sono stati propriamente concordati, ma quand’anche questa fosse un ritorsione post-quirinalizia, la cosa non avrebbe particolare rilevanza. In tutti i casi, la Rai deve farsi dire dal suo azionista, il governo, se deve aderire o meno all’offerta. Che decisione prenderà Renzi? Difficile sostenere che l’opas sia incongrua, visto che il prezzo si basa su una valutazione di oltre il 50% maggiore del valore di collocamento di Rai Way in Borsa soltanto pochi mesi fa, e che porterebbe alla Rai una cifra tale da sistemare i suoi debiti. Dunque, sceglierà di dire di no solo perché l’offerta viene da Berlusconi? Ma, viceversa, è sensato che quella infrastruttura sia messa nelle mani di un operatore tv (chiunque esso sia)?

È pensabile, in buona sostanza, che Ei Towers-Rai Way si debba fare, ma non per metterla nelle mani di Mediaset, e tantomeno della Rai. No, qui c’è da fare lo scorporo delle reti dai contenuti televisivi per mettere le prime in una nuova società dove lo Stato potrebbe avere una quota di minoranza attraverso Cassa depositi e prestiti e detenere la golden share. Una società che sarebbe già quotata (sia Ei Towers che Rai Way già lo sono) e pronta, poi, a intercettare la necessità di mettere ordine nel campo delle telecomunicazioni e realizzare così la convergenza tecnologica di tv-telefonia-internet, prima sul terreno delle infrastrutture e poi su quello dei contenuti.

Questo disegno richiede però lungimiranza strategica, misura, fermezza, capacità di rifuggire dal populismo. Tanto a palazzo Chigi quanto dalle parti di Berlusconi. 

 

Addì, 28 febbraio 2015

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