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Dirà che gufa anche Bankitalia ?

Bisogna riprendere a parlare di economia. A consigliarlo sono le parole usate dalla Banca d’Italia che non ha nascosto di avere alcune riserve sulla politica economica del governo.

La prima riserva riguarda la politica di bilancio. A dispetto della retorica del tesoretto, Bankitalia ricorda che per centrare l’obiettivo assunto dal governo in sede Ue di contenimento del deficit al 2,6% del pil, occorre trovare circa 8,5 miliardi, e sottolinea che finora l’unica cosa definita è che si tratterà di riduzione della spesa. E non è dato sapere su quali voci si voglia realizzare questo taglio. Perciò, è assolutamente improprio parlare di tesoretto da spendere. Mentre è chiaro che se il taglio della spesa arriverà a 10 miliardi ci sarà un margine di 1,5 miliardi da poter usare. Al contrario se sarà inferiore agli 8 miliardi e mezzo rimarrà un buco. Ma è altrettanto chiaro che se venissero fatti i tagli alla spesa corrente e improduttiva, si potrebbe creare ben altro tesoretto, magari da usare per una politica che finalmente si ponga sul serio il tema degli investimenti per lo sviluppo. Stesso discorso vale per il debito: qui abbiamo l’impressione che anche questo esecutivo, come tutti quelli della Seconda Repubblica, creda che immaginare interventi straordinari di riduzione dell’indebitamento pubblico sia catalogabile come politica di austerità fine a se stessa. Invece, sono ben due i motivi per cui andrebbe realizzata. Il primo è che occorre, come dice Bankitalia, “mettere il Paese in sicurezza” rispetto agli umori dei mercati. Che ciò serva, lo dimostra il balzo fatto negli ultimi giorni dallo spread (130 punti) a seguito delle preoccupazioni relative alla Grecia: è bastato poco per risalire rapidamente, a dimostrazione che la situazione non è affatto stabilizzata. Il secondo motivo è che l’intervento sul debito può essere, a certe condizioni, una misura espansiva e non vincolante. Per farlo, infatti, c’è un solo modo virtuoso: mettere mano al patrimonio pubblico, e smobilizzarlo. Ciò significa liberare risorse che possono sia tagliare il debito sia costituire un pacchetto di investimenti produttivi (attraverso il taglio del peso fiscale a carico delle imprese), e quindi finalizzati allo sviluppo. Ma di tutto questo, appunto, neanche l’ombra.

E che per lo sviluppo ci si limiti ad accendere ceri e sperare che le condizioni congiunturali esterne restino per molto tempo così virtuose come lo sono da qualche mese, lo si evince dalle stime sul pil espresse nel Def e dalla critica espressa sempre da Bankitalia. Perché quelle previsioni sono nello stesso tempo troppo e troppo poco. Troppo, perché appaiono in eccesso rispetto a quelle formulate da organismi internazionali, da ultimo il Fondo Monetario. Troppo poco perché, quand’anche si rivelassero fondate o addirittura sbagliate per difetto sarebbero comunque tassi di crescita inadeguati. Infatti, pur in un contesto economico mai così favorevole (euro, tassi e petrolio bassi, liquidità senza limiti), la ripresa in corso è debole e a macchia di leopardo, tanto che il nostro tasso di sviluppo continua ad essere la metà della media europea e le proiezioni dello stesso Def ci dicono che per tornare ai livelli del 2007 (peraltro poverelli) e recuperare il perduto (10 punti di pil, un quarto della produzione industriale, un sesto della capacità manifatturiera, oltre due milioni di posti di lavoro) occorre attendere, se tutto va bene, il 2022. Dunque, piuttosto che annunciare “tesoretti” e studiare elargizioni pre-elettorali, bisognerebbe finalmente imprimere una svolta radicale alla politica economica: tagliare la spesa pubblica improduttiva, ridurre il carico fiscale e portare il debito sotto il 100% del pil, investendo in conto capitale in solidi progetti industriali. Servirebbero 600-700 miliardi e un progetto paese in testa. Basta avere coraggio.

Ora, non sappiamo se il presidente del Consiglio, di fronte a questi rilievi, abbia iscritto d'imperio anche la Banca d’Italia nel registro dei gufi. Qui ci vuole da parte del Governo maggiore coraggio e maggiore lungimiranza.

 

Addì, 25 aprile 2015

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