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Dopo le regionali salteranno molti equilibri

Il voto del 31 maggio sarà un netto spartiacque, qualunque ne sia il risultato. E Berlusconi, che certo non è più quello di prima ma l'aria la sa ancora fiutare, lo conferma con quella sua penosa uscita "ormai sono fuori dalla politica ma resto per senso di responsabilità".

È evidente il suo mettere le mani avanti rispetto non solo ad un risultato elettorale che lo vedrà perdente, ma anche e soprattutto alla marginalità che ne seguirà. Solo che dopo le regionali – sia nel caso che Berlusconi prosegua nello stare sull’Aventino, sia che tenti di ricucire la tela strappata del patto con Renzi – il declino sarà certificato con altre diaspore oltre a quella già consumata da Fitto. E non sarà certo l’evocata idea di dar vita all’edizione italica dell’americano partito repubblicano a consentirgli di uscire dall’angolo. 

La ricostruzione del centro-destra, di un polo capace di competere con quello di sinistra richiede volontà, forza, idee, risorse economiche e umane, che oggi Berlusconi non possiede né comunque avrebbe voglia di spendere. Tanto più nel momento in cui, come gli ha spiegato Bossi dandogli del pirla per averlo votato, con l’Italicum si cancellano le coalizioni e si mette il Paese nelle condizioni o di scegliere Renzi al primo turno o di andare ad un ballottaggio Renzi-Grillo.

Per questo appare bizzarro che qualcuno si chieda chi sarà l’erede di Silvio Berlusconi. Nessuno, ovviamente. Vuoi perché non è un’ipotesi che lui stesso contempli, vuoi perché i leader populistico-carismatici non hanno eredi, vuoi perché, le condizioni non lo consentono. Diverso, invece, è chiedersi se il berlusconismo è in grado di sopravvivere a Berlusconi e a Forza Italia. La risposta al quesito è duplice. Se con quella definizione s’intende ciò che l’intellighenzia di sinistra ha inteso in questi anni, criminalizzando l’uomo allora il berlusconismo non può che finire con Berlusconi. Ed essendo Berlusconi politicamente finito nel 2011, il suo “ismo” sono già quattro anni che è defunto. Se invece il berlusconismo identifica i connotati del ventennio chiamato Seconda Repubblica, allora esso prescinde dal suo genitore ed è vivo e vegeto. Senza che Renzi ce ne abbia liberati, anzi.

La politica intesa come schema rigido (maggioritario, bipolarismo), come espressione leaderistica (uomo solo al comando), come disintermediazione dei soggetti sociali e rapporto diretto con l’opinione pubblica, ossessionato dalla continua ricerca e misurazione del consenso (populismo): tutto questo è dal 1992, ed è destinato a rimanere, il tratto saliente non del berlusconismo, ma del sistema politico italiano. 

Troppo comodo pensare che Berlusconi fosse una piaga piena di pus sul corpo sano della nazione. Certo, se così fosse basterebbe l’eclissi dell’uomo nero e la crisi verticale di Forza Italia per inaugurare il nuovo rinascimento. Invece, Berlusconi è stato il Paese e l’intero sistema politico si è lasciato connotare secondo le sue regole del gioco. 

Per questo si è ancora alle prese con i problemi di sempre e la curva del declino del Paese non è stata minimamente modificata. Dopo le elezioni regionali prossime, però, molti equilibri sono destinati a saltare e molte cose a mettersi in movimento. 

Ma ne parliamo sabato prossimo, mentre qualcuno di voi avrà l’arduo compito di pensare se e cosa votare.

 

 

Addì, 23 maggio 2015

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