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Ciò che conta è se Renzi confermerà il 41%

 Stabiliamo prima delle regionali di domani quali saranno le chiavi di lettura dei risultati elettorali, in modo da evitare il solito indecoroso tira e molla di valutazioni. La discriminante fondamentale da fare è tra la lettura locale e quella nazionale del voto. Per quella regionale, sarà importante la verifica del numero dei governatori che ciascun schieramento avrà conquistato. Renzi il toto governatori l’ha usato strumentalmente, prima dicendo che avrebbe fatto strike per dare il senso che la partita era vinta e che l’unico voto utile era quello al Pd, poi dicendo, a sorpresa, che se anche avesse preso quattro regioni su sette si sarebbe sentito vincitore. Spinto, forse, sia dalla prudenza cui lo inducono alcuni sondaggi, sia dalla furbizia di far credere la possibilità di un risultato scarso per poi, di fronte ad un 5-2 o un 6-1, annunciare di aver stravinto.

In questo quadro, anche la questione degli “impresentabili” assume una valenza esclusivamente locale. Il motivo è che la palla è ora agli elettori, unici e insindacabili giudici. Siccome esiste una legge che stabilisce sia chi si può candidare sia quando gli eletti devono decadere, la lista dei 17 “impresentabili” stilata dalla Commissione anti-mafia presieduta da Rosy Bindi non ha francamente ragion d’essere. Naturalmente, nessuno può impedire che lotta e propaganda si spingano fino al punto di sputtanare i candidati ma a questo punto saranno poi i cittadini a giudicare. La questione De Luca per il Pd è difficile da confinare nell’ambito regionale, ma rimane cosa interna ai Democratici. E la tendenza di far prevalere le ragioni dell’anti-politica su quelle del garantismo, è certamente una questione politica nazionale.

Le chiavi di lettura del risultato elettorale saranno di sicuro due: il numero complessivo dei votanti e la percentuale complessiva dei voti a ciascun partito. Parliamoci chiaro: Renzi, dopo essere arrivato a palazzo Chigi senza essere passato per elezioni ha usato il risultato delle elezioni europee dell’anno scorso come strumento di legittimazione politica del suo ruolo di presidente del Consiglio e di capo del partito. Quel 40,8% conseguito dal Pd è dunque diventato il metro per misurare il consenso di Renzi. Non solo: è su quella soglia che è stata definita la metrica dell’Italicum, nella convinzione da parte di Renzi di poter anche fare a meno del ballottaggio, superando la soglia al primo turno e prendendosi il premio di maggioranza senza colpo ferire. Ora, delle due l’una: o il Pd conferma quel risultato e con esso l’effetto Renzi, e allora le dinamiche politiche subiranno un’accelerazione in chiave di rafforzamento sia del governo sia della segreteria del Pd a scapito degli scontenti, oppure si attesta su valori distanti dal famoso 40,8%, e allora i giochi politici saranno di ben altra natura. Naturalmente non si sa se Renzi perderà poco o nulla a sinistra e nello stesso tempo confermerà o addirittura incrementerà il flusso di voti moderati che intercettò alle europee, o viceversa, se perderà in modo significativo i voti di quella che Bersani chiama “la ditta” e nello stesso tempo non sarà in grado di compensarli con i voti moderati, che magari per le pensioni, la scuola o semplicemente per quel suo modo un po’ guascone di porsi, sono meno propensi rispetto all’inizio a dar retta al “rottamatore”. La sensazione è che qualche pericolo lo corra. Altrettanto vero è che alla fine Renzi gode di due vantaggi che potrebbero fare la differenza. Il primo è la mancanza di avversari per un vuoto pneumatico che Berlusconi in questi ultimi giorni ha tentato disperatamente di riempire resuscitando televisivamente, ma che rende in libera uscita i voti di centro-destra. Il secondo vantaggio è dato dal fatto di essere l’unico dal tratto riformista in un mare di qualunquismo populista. Certo, bisogna sottolineare che negli ultimi tempi Renzi ha perso per strada “l’obiettivo riformista” per aver voluto usare con qualche eccesso “il mezzo populista”, ma resta il fatto che per un elettore a vocazione maggioritaria che rifugge le forzature grilline e leghiste ed è deluso dell’esperienza centrista di Monti, Renzi resti di fatto l’unico approdo.

Ma ora lasciamo perdere e ne riparliamo dopo il voto, a bocce ferme con i parametri di valutazione già detti, misureremo i risultati.

Buon voto (a chi tocca).

 

 

Addì, 30 maggio 2015

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