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È giunta l'ora di cambiare musica

L'esito delle elezioni regionali hanno prodotto frutti avvelenati per la politica. Da un lato le fibrillazioni dentro le istituzioni, come la lite governo-regioni sulla questione dell’accoglienza dei migranti, e dentro i partiti, con lo scontro De Luca-Bindi che arriva in tribunale e rende insanabile la spaccatura dentro il Pd, e con Verdini che trasloca insieme al suo manipolo di “volonterosi” lasciando Berlusconi. Dall’altro, le vicende giudiziarie, da “Mafia capitale” al “caso Azzolini”, che rappresentano altrettanti ordigni pronti ad esplodere, rischiando di far traballare anche il governo. 

E come sempre avviene nell’intossicato sistema Italia quando un potere forte perde qualche colpo, ecco puntuali alcune vicende “pelose” che rappresentano altrettanti segnali inequivocabili: dalla notizia che Buzzi aveva finanziato la Fondazione di Renzi – in modo regolare, ma che importa – a quella che l’indagine ligure sul padre del presidente del Consiglio, pur essendo stata chiusa, non viene archiviata. Se poi lo stesso Renzi ci mette del suo, commettendo errori di metodo e merito come ha fatto con la dilettantesca gestione delle nomine in Cassa Depositi e Prestiti, allora è sicuro che il vaso trabocchi.

Insomma, tutto congiura perché l’estate sia molto calda non solo dal punto di vista meteorologico. La sensazione è che si sia aperta una fase di tormentato passaggio verso non si sa bene cosa. E ora ci saranno imboscate parlamentari come quella già avvenuta nella commissione affari costituzionali sulla riforma della scuola, che metteranno a rischio le riforme renziane, e più in generale la tenuta del governo al Senato. Con la conseguenza del mercato delle vacche che vedrà il passaggio di parlamentari da un partito all’altro e da un fronte all’altro. Il che indebolirà Renzi e il governo e darà al Paese ulteriori motivi di preoccupazione e rabbia.

Di fronte a questa situazione, tutto dipende da Renzi. Deve sparigliare le carte e rotta, anche a costo di contraddirsi. Ritiri le (brutte) riforme istituzionali che ha messo in moto e le incanali verso un’Assemblea Costituente a cui delegare una ridefinizione dello Stato, a cominciare dalle autonomie. Prenda atto che le riforme sono servite a fermare l’emorragia del pil e dell’occupazione, ma non hanno invertito in modo significativo e stabile la tendenza. Siamo usciti dalla recessione grazie ai fattori esterni, come il cambio, la liquidità immessa dalla Bce e il crollo del prezzo del petrolio ma la ripresa non c’è ancora. Sono tornate le assunzioni, ma in misura marginale e solo grazie agli incentivi. Insomma, la svolta non c’è stata. Per questo, ora, occorre crearla con un taglio delle tasse che non si preoccupi di aumentare il deficit corrente e con investimenti pubblici significativi, compensati da un intervento straordinario sul debito che consenta di dire all’Europa di non romperci le scatole.

Renzi ha nel fatto di essere indispensabile per assenza di alternative il suo punto di forza e di debolezza insieme. Le elezioni europee gli avevano detto che per gli italiani era un punto a favore e su quello ha costruito la sua legittimazione e la sua forza politica. Ora con il risultato delle regionali, un anno dopo, gli hanno detto che non è più così, che usare con arroganza la percezione che gli italiani hanno che non sia sostituibile diventa un boomerang. Per questo deve avere il coraggio di cambiare. 

 

 

Addì, 13 giugno 2015

 

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