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RENZI FACCIA PROPOSTE

La questione greco-europea potrebbe far comodo a Renzi perché da un lato distrae l’opinione pubblica dalle questioni interne e dall’altro consente di stemperare gli irrisolti problemi italiani.

 

Molti analisti ritengono che in caso di default e uscita dall’euro della Grecia, il conseguente rischio di contagio al resto dell’Eurozona, Italia in testa, sia relativamente contenuto. Certo, la Bce ha tutti gli strumenti per stroncare sul nascere la speculazione. Sempre che, naturalmente, la fine dell’irreversibilità della moneta unica non disarticoli così tanto l’eurosistema da farlo saltare, perché in quel caso a restare sotto le macerie sarà l'Italia. In fondo, persino i maggiori costi del debito da rialzo dello spread potrebbero tornar utili a Renzi, consentendogli di giustificare all’opinione pubblica o una manovra sanguinosa o il dover subire lo scatto delle clausole di salvaguardia (come l’aumento dell’Iva) dando la colpa alla speculazione cattiva.

Ma contare solo sulla buona stella può rivelarsi assai rischioso per cui sarebbe utile che Renzi riflettesse sulla posizione dell'Italia che sulla vicenda Greca non ha svolto nessun ruolo. Ci poteva almeno essere l’umiltà di andare da Draghi a chiedere consiglio, anziché raccontare (intervista al Sole 24 Ore) che l’Italia è fuori dalla linea di fuoco dei rischi di un eventuale default greco perché “abbiamo iniziato un percorso coraggioso di riforme strutturali, l’economia sta tornando alla crescita e l’ombrello della Bce ci mette al riparo” (solo l’ultima delle tre affermazioni è vera).

 

Essendosi aperta in Europa una fase in cui occorre decidere da che parte stare, sarebbe opportuno candidare l'Italia a recitare un ruolo di mediazione.

Certo, per farlo occorrono idee e credibilità. Alle prime si può sempre attingere mentre la seconda o ce l’hai o nessuno te la può fornire. Ma si può sempre cercare di costruirsela, mettendo tutti intorno ad un tavolo a ragionare sul seguente schema di lavoro: se si obbliga la Grecia a dichiararsi insolvente, non è detto che sia automatica e inevitabile la sua uscita dall’euro. Partiamo dal presupposto che le due tesi che si stanno scontrando in questo momento rispondono a questa domanda: ci costa di più non far pagare alla Grecia il prezzo dei suoi errori, con il rischio che anche altri paesi si sentano legittimati a fare nuovo deficit e debito (falchi), o viceversa ci costa maggiormente la pressione speculativa che i mercati sicuramente innescherebbero avendo l’uscita di Atene dall’euroclub sancito che l’euro non è più una scelta irrevocabile (colombe)? Ecco, il Governo Renzi dovrebbe proporre di rispondere a questo quesito suggerendo un punto di compromesso che da un lato soddisfi il principio di responsabilità e dall’altro eviti di offrire ai mercati l’estro per dissotterrare l’ascia di guerra che nel 2011 portò gli spread ai massimi. E si tratterebbe di un accomodamento che tutto sommato potrebbe andarci bene, perché se è vero che il default ci penalizza in quanto creditori, è altrettanto vero che il primo paese che entrerebbe nel mirino della speculazione se i mercati registrassero la reversibilità dell’euro sarebbe proprio il nostro, con molto più danno.

 

Sarebbe stato meglio che questa proposta fosse stata fatta nelle settimane scorse, prima che il duo Tsipras-Varoufakis s’inventasse quella trappola che è il referendum. Ma dopo che si saranno contati i SI e i NO – anche se potrebbero prevalere gli astenuti (bisogna che siano oltre il 60% essendoci la soglia di validità del 40%) – ci sarà comunque da ricucire la tela strappata. E quello può essere il momento.

 

 

Addì, 04 luglio 2015

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