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Una pessima riforma del Senato

 

L’estate non ci ha offerto nessun spunto significativo, né sotto il profilo economico né sul piano politico, visto che si assiste al consumarsi di quel che resta dei partiti e al vociare volgare del sempre più affollato fronte dei demagoghi populisti. Tutti fenomeni coerenti con un paese che continua ad essere in declino, nonostante gli sforzi a invertire il senso di marcia.

In questa fase lo schema di gioco si è ormai consolidato: da un lato Renzi e il renzismo, che continuano a proporsi come l’incarnazione del nuovo e dall’altro un coacervo di forze in declino: la sinistra massimalista e quella nostalgica, le diverse anime ormai esangui, del centro, quel che resta della destra berlusconiana e di forze crescenti perché capaci di agitare il malcontento, la Lega di Salvini e il “nuovo” 5stelle di Di Maio. Si tratta di uno schema che consente a Renzi di apparire gigante, tra tanti nani. Ciò nonostante il suo pragmatismo, non è sufficiente a far avviare le molte svolte di cui il Paese ha bisogno.

Si prenda la questione della riforma del Senato come un esempio per tutti. Francamente la legge di riforma costituzionale per la quale si dovrebbe combattere proprio non convince. Da un lato, c’è la difesa ad oltranza da parte del governo di una riforma che affronta un problema vero con uno strumento del tutto sbagliato. Dall’altro, all’interno del Pd si sta scatenando quello che ormai è stato definito un “Vietnam”, con 25 dissidenti pronti a tutto pur di introdurre l’eleggibilità dei senatori attualmente esclusa dal ddl Boschi. Il che non affronta minimamente la contraddizione più lampante della riforma stessa. Certo, sappiamo benissimo che il vero obiettivo dell’opposizione interna al Pd è alzare le barricate nei confronti di Renzi e del suo governo, in una logica di regolamento di conti.

Tuttavia, si poteva ottenere eguale risultato facendo una seria controproposta, anziché infilarsi in una logica di mediazione. Ma quand’anche si ottenesse l’elettività diretta, come vogliono i dissidenti, sarebbe una vittoria di Pirro perché la questione è marginale in quanto è sbagliato il ruolo che avrà il futuro Senato. Nelle buone intenzioni della riforma la “camera alta” dovrebbe diventare luogo di mediazione tra gli interessi istituzionali dello Stato e delle Regioni. In pratica, diventerebbe la stampella di un federalismo che in Italia è nato zoppo e poi si è rivelato totalmente incapace di camminare. Il fallimento della Riforma del Titolo V è a tutti evidente. Purtroppo le pressioni politiche e parlamentari non si sono indirizzate a modifiche lungimiranti che avessero come strategia una corretta e funzionale architettura istituzionale, come per esempio, smontare l’illusione federalista. No, l’obiettivo è stato solo scatenare la bagarre.

Ecco, questa è la foto della lotta tra il “gigante” Renzi e i “nani”. Di una riforma costituzionale c’è assoluto bisogno da decenni, ma non di “qualunque” riforma costituzionale. I ripetuti passaggi obbligatori tra Camera e Senato sarebbero potuti essere l’occasione per smontare il bicameralismo, dividendo la produzione legislativa tra Camera e Senato e mettendo mano agli assurdi regolamenti che oggi scandiscono la vita parlamentare.

Invece, l’8 settembre quando riprenderà l’iter della riforma al Senato, si parlerà di una riforma costituzionale pessima e di contro proposte penose.

 

 

Addì, 05 settembre 2015

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