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Riformare il Senato o cambiare Governo?

 

La lettura più semplice della situazione della riforma del Senato è anche la più vicina alla verità: è logico pensare che il presidente del Senato si muova in sintonia con il presidente della Repubblica. Se Grasso sa o percepisce che Mattarella ha intenzione, in caso di inciampo del Governo e conseguenti dimissioni di Renzi, di non sciogliere le Camere e provare a fare un altro esecutivo, allora è probabile che dia via libera agli emendamenti ed è altrettanto probabile che si formi una maggioranza anti-Renzi con tutto quello che ne deriva; altrimenti, se da Mattarella arrivano segnali opposti, o anche solo non ne arriva alcuno, non se ne fa niente e Renzi prosegue il suo cammino.

A quanto i bookmaker diano l’ipotesi che il tandem Mattarella-Grasso abbia l’intenzione di lasciare che Renzi vada a sbattere e perda palazzo Chigi, non è dato sapere. Se Renzi cadesse, si eviterebbe una pessima riforma sul Senato e un insufficiente intervento risanatore dei guai del titolo V della Costituzione, ma ci sarebbe un caos politico perché quella maggioranza che lo avrà buttato giù non è tale da rendere possibile un nuovo governo. Al contrario, se Renzi vincesse la partita, si eviterebbe una brutta crisi di governo, ma con due conseguenze ugualmente negative. La prima è appunto una riforma che avrebbe dovuto essere costruita su ben altre basi. La seconda conseguenza negativa è tutta politica: per resistere Renzi avrà avuto bisogno dei voti decisivi dei transfughi da Forza Italia e di un po’ di berlusconiani assenti o distratti al momento del voto, e questo non potrà non pesare sul prosieguo della legislatura. Il problema non starebbe nel fatto che il Governo si avvale dei voti berlusconiani (voti Verdiniani compresi), ma che tutto questo avviene in modo poco limpido e a costo di una lacerazione non componibile dentro il partito di cui il presidente del Consiglio è segretario.

Ma è inutile biasimare Berlusconi, perché è da novembre 2011, da quando cioè è out, che ha riprogrammato i suoi obiettivi: sa che per età e condizione oggettiva non potrà più tornare a palazzo Chigi né recitare un ruolo politico, e allora sceglie di usare la sua forza parlamentare per negoziare vantaggi per sé e il suo sistema di interessi economici. Berlusconi sa che comunque è meglio trattare con Renzi, e magari concedergli dei via libera su questioni che premono al premier (per esempio, se il candidato di Berlusconi al Comune di Milano alla fine fosse una figura minore e quindi perdente, capiremo in cosa consistono queste “concessioni”), piuttosto che inseguire per davvero un’intesa con quel balordo di Salvini.

Francamente, è difficile capirne la strategia. Forse perché non è facile essere all’altezza della luciferina finezza della tattica renziana, ma c'è da dubitare che queste prove di forza siano gli strumenti giusti sia per risolvere i veri problemi del Paese, sia per consolidare il consenso degli italiani di cui a questo punto ha bisogno in dosi massicce, perché per come si sono messe le cose e se passa il suo Italicum, o supera in volata il 40% pur liberandosi della sinistra interna e vince da solo, o se ha bisogno di alleati, farà fatica a tornare a palazzo Chigi.

 

 

Addì, 20 settembre 2015 

 

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