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CHE SIA UNA MANOVRA PER LO SVILUPPO

Qualunque sia l’esito del negoziato del Governo italiano con l’Europa, Def alla mano, vale la pena di fare due riflessioni di natura strategica sulla politica di bilancio e più in generale sulle scelte economiche di Renzi. La prima riguarda il dibattito tra i fautori del rigore e i sostenitori dello sviluppo a deficit. La seconda è invece riferita allo specifico della manovra di finanza pubblica che si sta delineando.

Prima questione. Da un lato, non ha senso subordinare lo sviluppo economico alla buona salute della finanza pubblica, specie se ottenuta con politiche di austerità. E hanno ragione coloro che sottolineano come non si possa sostenere la ripresa se si taglia la spesa pubblica. D’altro canto, però, non si può neppure far finta che l’Italia non abbia un debito pari al 133% del pil e che la quasi totalità delle uscite vada in spesa corrente e non per investimenti. Due storture strutturali la cui cura non può essere rimandata al tempo delle vacche grasse, anche perché quella stagione tornerà soltanto quando si faranno massicci investimenti pubblici e si favoriranno quelli privati attraverso il taglio netto dell’imposizione fiscale e dei vincoli burocratico-giudiziari.

La linea che l’Italia dovrebbe scegliere è sì quella di andare a trattare con la Ue ma non per implorare un po’ di deficit in più, bensì per proporre un piano alternativo alle politiche fin qui seguite. Quale? Semplice: fare qualche decina di miliardi di deficit in più per usarlo solo per spesa in conto capitale e per il taglio delle tasse alle imprese e sul lavoro, dando in cambio altre due cose. La prima: un taglio netto della spesa corrente attraverso due riforme strutturali come il restringimento del perimetro della pubblica amministrazione grazie alla privatizzazione di alcune funzioni e molti servizi. La seconda: un radicale taglio del debito, per portarlo sotto il 100% del pil, mettendo il patrimonio pubblico al servizio di un’operazione finanziaria che coinvolga anche i privati.

Cosa risponderebbe l’Europa? Sarebbe più difficile dire di no, visto che questo piano consente di coniugare crescita e risanamento finanziario. Tanto più se l’alternativa è invocare un po’ di flessibilità per tagliare le tasse sulla casa che Bankitalia sconsiglia vivamente, per evitare l’aumento di Iva e accise, per lo sblocco dei contratti pubblici e per un’altra manciata di provvedimenti o dovuti o di carattere elettorale. Una manovra da 27 miliardi in cui i conti tornano perché sono state incrementati di due decimi di punto i tassi di crescita sia per quest’anno (0,9%) che per il prossimo (1,6%) sulla base di stime che molto probabilmente non hanno fondamento considerato che lo stesso Governo prevede esportazioni non più in crescita. Tra l’altro i tagli alla spesa promessi o si fanno o rimangono annunci, e allora sballano i conti della manovra.

Per carità, la partita sulla flessibilità è tutta politica, e in un’eurozona dove si consente alla Francia di avere un deficit sopra il 4% del pil Renzi potrebbe avere buon gioco nel convincere i suoi interlocutori. Ma il vero problema è l’inadeguatezza dell’intero impianto della manovra rispetto alle esigenze di svolta che l’economia italiana ha. Non una generica manovra espansiva ma un “piano Marshall” che affronti di petto il declino. Non è mai troppo tardi, volendo il tempo c’è.

 

 

Addì, 27 settembre 2015

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